L’amore è universale fino a quando non abbiamo paura

diversità

Devo chiedere scusa per una cosa.
Durante una delle ultime presentazioni, la domanda di un presente mi ha messo in difficoltà. Si è intrapreso l’argomento “comunità omosessuale” e subito dopo “Hiv”, ma quando ho cercato di esprimere un’opinione, mi sono bloccato pensando di non aver abbastanza tempo per un discorso così delicato, e perciò di non voler offendere eventuali persone sieropositive presenti. Così, per incoscienza, ho espresso un’opinione mozzata che ha ottenuto proprio l’effetto di risultare sgarbata.
Di questo mi dispiace immensamente e chiedo scusa se ho ferito qualcuno.
Quel che ho detto è che a me l’argomento Hiv mette ansia, e sono stato uno stupido a non argomentare perché so bene che ciò che sento è molto sbagliato, scorretto nei confronti di tutti, e credo sia frutto di una cultura che ha agito su di me, e penso su molti altri, per lungo tempo.
Con questo post vorrei chiarire i miei sentimenti.

Chi è gay sa bene che l’Hiv può essere un tarlo della nostra esistenza. Tanto che per alcuni può diventare una fobia. C’è chi, quando scopre che una persona è sieropositiva, preferisce interrompere la frequentazione.
È come un demone che aleggia sulle nostre teste e dobbiamo temerlo, dobbiamo stare attenti, dobbiamo tenerlo sempre a mente e non abbassare mai la guardia. Non importa ricordare che un condom previene i rischi e permette di viversi il sesso con leggerezza, con persone sieropositive o meno. Perché il problema non è quello. Il problema viene molto prima: ne hanno fatto film, documentari, battaglie per i diritti, e l’Hiv era sempre associato agli omosessuali.
Ero un bambino quando vidi alla Tv il film Philadelphia, con la tensione della trama che invadeva la stanza, e quella fu una delle mie prime associazioni tra omosessualità e le sue conseguenze. Ansia e angoscia.
Un messaggio errato e ingiustificato che dura da troppo.
Non basta sembrare contronatura per alcuni, dover elemosinare diritti, sapere che per creare una famiglia si arriva a faticare il doppio di chiunque altro. C’è pure l’Hiv.
Io dico vaffanculo. Io non voglio sentirmi gay e quindi una persona soggetta a condizioni particolari. Io sono una persona e basta, un cittadino, e pretendo che ciò che può capitarmi, di bello e di brutto, non abbia etichette e non mi faccia sentire diverso.

Arrivo al punto.
L’Hiv non si frena e i nuovi casi sono sempre numerosi.
Chi frequenta circoli e arcigay sa bene che le campagne di informazione sono continue.
Spesso si parla di sensibilizzazione sull’essere sieropositivi e sulla prevenzione. È ormai possibile conviverci senza problemi grazie ai nuovi passi della medicina, e avere carica virale azzerata, dunque zero pericoli per il partner. Una vita normale, sana e tranquilla.
Alcune campagne di sensibilizzazione che ho visto in passato intendevano evidenziare anche, giustamente, quanto non ci fossero differenze tra persone sieropositive e persone sieronegative. Ad esempio con il poster e l’immagine di una donna al lavoro e la scritta “lei è una postina o una persona HIV+? Non si nota!”.
Dal mio personalissimo punto di vista, il messaggio era bello ma inefficace, perché l’attenzione era puntata sul virus, non sulla paura che si cela dietro di esso.
Io non ho paura del virus. Ho paura di cosa pensa la gente del virus. Ed è sbagliato, odio provare queste emozioni.
Da dove vengono?
Io, personalmente, ho sempre associato questa sensibilizzazione a uno stigma, un marchio orribile. Opuscoli, cartelloni, volantini, locandine, intere pareti tappezzate da fiocchi neri. Tutto non fa che urlare che essere gay, tra le altre cose, vuol dire essere esposti all’Hiv. Essere in pericolo. Quasi il nostro destino. Perciò ulteriori distinzioni, invece che coesione e uguaglianza.
Eppure in un articolo recente ho letto che i nuovi casi registrati sono superiori tra gli eterosessuali e i giovanissimi, che sono quelli che meno si controllano.
E si controllano meno perché? Perché l’Hiv è, nell’immaginario collettivo, roba che appartiene ai gay. Niente là fuori osa ricordare alla popolazione che il condom serve a tutti, senza distinzioni. Che l’Hiv può colpire chiunque. Che anche gli eterosessuali devono farsi quel fottuto test. Non mi pare che nelle salette dei dottori di base ci siano inviti a fare il test e alla prevenzione.
Nossignore. Mammografie, controlli della prostata, test per l’udito, alimentazione, glutine. Mica gli eterosessuali sono a rischio malattie sessuali?
Il condom serve agli etero per evitare gravidanze, e ai gay per non beccarsi malattie.
La purezza contro la sporcizia.
L’eterna lotta tra il bene e il male, insomma.
Perciò chi dobbiamo sensibilizzare, esattamente? Noi stessi? O tutti? Per ottenere cosa, poi? Maggiore paura, nuove forme di terrore, o più controlli, informazione, serenità?
Vorremmo liberare le persone sieropositive dal bagaglio di pregiudizi che l’Hiv comporta. Dalle parole sbagliate. Da contagio, pericoloso, evitare, sesso sfrenato, troia, porcheria, sordido, incapacità di essere monogami, solitudine, censura, non lo dire.

Cosa c’è dietro tutti questi termini?
Forse nient’altro che l’orrenda opinione che abbiamo del sesso. La nostra riluttanza a viverlo con normalità.
Perché il sesso è una cosa sporca.
I gay fanno sesso, quei porci. Gli etero no. Gli etero fanno l’amore. Per avere una relazione o per creare la vita.
Lo dicono tutti. Lo dice la Chiesa, che il sesso fine a se stesso è peccato e il condom è un abominio. Lo dicono certe correnti politiche, che la cosa giusta è generare figli, mica andare avanti senza orizzonti. “50 sfumature di grigio” si conclude con un matrimonio, mica possiamo trasmettere il messaggio che divertirsi può essere sufficiente.
Parlare di sesso allontana le persone, ci fa tappare le orecchie, non vogliamo averci a che fare. Quando scrivo di sesso se ne vanno una ventina di like dalla pagina. E forse anche con questo post ne perderò qualcuno.
Il sesso è la cosa più naturale del mondo, e non fa ancora parte delle nostre vite. Lo utilizziamo, come fosse uno strumento all’infuori di noi, e poi ce ne laviamo le mani fino alla prossima volta.
Se la Tv ne parla è quasi sempre per avvicinarlo a concetti negativi, come “turismo sessuale”. Bleah, e che è?
Se sei donna e hai una vita sessuale attiva, sei una troia, ti sporchi perché sei di tutti. Se aspetti l’amore e un bravo ragazzo con cui uscire e legarti, allora va bene, hai dei valori.
Se si hanno tanti partner, subentrano i sensi di colpa. Quel pensiero che fa “quanti sono troppi prima di dovermi sentire fuori controllo, senza moderazione, e una puttana?”.
Ovviamente questo vale per donne e gay. Gli uomini etero sono invece tori, possono fottere ogni sera, e avere tante partner è solo una prova di virilità che fa vincere il trofeo di Conquistatore Maschio Alpha, orgoglio della famiglia. Come si affronta l’argomento sesso? I miei amici etero lo fanno dicendo oh, guarda là, che zucculone, m’a ‘chiavass. O al massimo leggendo riviste demenziali che tra “brucia grassi con 5 minuti di attività fisica al giorno” e “I nuovi look per una barba impeccabile”, propinano “10 mosse per farla impazzire”.
Comunicazione zero. Educazione sentimentale zero. Scambio umano zero. Emozioni zero.

Io credo che il sesso non sia ancora un nostro diritto.
Ci bombardano di culi, di tette, di pacchi, di peli sudati, di addominali, capelli fluenti, di lussuria, di Influencer boni da seguire su Instagram. Tabelloni, pubblicità in televisione, lo spam sul web. Per i jeans, il dentifricio, la crociera, un coprimaterasso. Tutto grida sesso, sesso, sesso, ma non possiamo farlo e dirlo. Solo farlo e basta.
Il sesso non si dice. Fallo di nascosto. È un fatto di privacy, di decenza.
Siamo ancora ingabbiati nell’idea malata che l’amore e il sesso siano cose separate, che non facciano parte entrambi dei nostri sentimenti, della nostra natura e di ciò che possiamo offrire.
Ed è per questo che si odiano le donne. Che aumentano gli stupri. Che usiamo le chat per approcciare. Che facciamo cilecca. Che offendiamo su Facebook le star che denunciano gli abusi. Che ci sbraniamo e insultiamo e accusiamo di continuo.
Ci detestiamo perché non ne parliamo mai, anche se è dentro di noi. È un nostro connotato che umiliamo. Non sappiamo comunicarlo, e di conseguenza diventa una colpa da scacciare. Non parliamo mai di sesso in maniera naturale, positiva, benefica, spontanea.
E sapete qual è una prova lampante?
Che se ti ammali di tumore o di diabete ti dicono povero, mi dispiace, abbi coraggio, guarisci presto. È un’ingiustizia, una tragedia. Subentrano l’umanità e la vicinanza.
Se contrai l’Hiv qualcuno potrebbe dirti che te la sei cercata, dove sei andato a scopare, chissà che combina di notte, stai attento a quello. Sui social ho letto tanti commenti ripugnanti e rabbiosi, sull’argomento. Commenti che esprimevano un ben ti sta.
Non è una cosa che capita, ma è una punizione per ciò che hai fatto. E cioè sesso.

Ecco, è per questo che quel giorno ho detto che l’Hiv mi mette ansia, e di nuovo chiedo scusa.
E spero con questo post di essermi spiegato. Non per giustificarmi, ma per esporre una debolezza che forse anche qualcun altro là fuori condivide, e che sarebbe ora di curare con l’informazione e con l’umanità.
Non mi piace e non voglio vivere in un mondo in cui, se un giorno dovessi scoprirmi sieropositivo, dovrei poi sopportare l’idea che gli altri si faranno di me. Che mi sono beccato l’Hiv perché faccio sesso, e non sarò nient’altro che un gay con l’Hiv che se l’è cercata. Non sarò più Paolo, uno scrittore, uno col gatto, un simpaticone, un figlio, uno che è felice. E forse dovrò temere che mi si dica ben ti sta, e provare vergogna, rischiare l’emarginazione o il rifiuto, sentirmi schifoso, ancora una volta diverso, spinto a nasconderlo.
No, vaffanculo. La mia ansia è sbagliata e deve andarsene. Per tutta la vita ho lottato per sentirmi una persona, non un orientamento sessuale. Io amo, lavoro, ho amici, ceno in famiglia, piango quando nessuno vede, vado al cinema, cucino per il mio compagno, vedo i miei nonni andarsene e sorrido per una bella giornata di sole come chiunque altro.
Abbiamo tutti gli stessi imprevisti drammatici e gli stessi motivi per essere felici. E dobbiamo essere uniti anche in questo affinché ogni singola differenza sparisca per sempre e restino nient’altro che persone, familiari, l’amore che abbiamo dentro.

Sì, c’è bisogno di sensibilizzare su questo tema. C’è bisogno di parlarne a scuola, a ragazzi che vorremmo vedere innocenti ma che così facendo li lasciamo ignoranti e allo sbando, perché il sesso lo cercheranno con o senza essere informati. C’è bisogno di dire che le malattie purtroppo esistono, sono universali e non serve a niente fingere che siano affari nostri o vostri. Che le analisi dovrebbero farle tutti, etero e gay, perché le malattie sono più umane di noi, colpiscono le persone e se ne fottono delle etichette. Che non dovremmo più cullare le nostre paure con il silenzio o portando avanti credenze del passato. Non dovremmo difenderle, tapparci le orecchie, evitare gli argomenti.
Dobbiamo parlarne. Dobbiamo confessarci, anche sbagliando. Perché l’unico modo per essere liberi è non avere più paura di sentirci diversi. L’unico modo per non avere più paura è sapere di poter contare sul prossimo, avere fede nell’aiuto.
L’unico modo per non avere più paura è liberarla con le parole, farla respirare, condividerla affinché sparisca nella leggerezza.
Parliamone. Restiamo uniti.

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One thought on “L’amore è universale fino a quando non abbiamo paura

  1. Hai la paura di tutti…è umano… abbiamo dimenticato che essere umani non solo è un diritto ma anche un dovere. .. Continua con le tue idee.. purtroppo a qualcuno non piaceranno… ma poco importa. Chi ha cuore sente.

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