Ciao nonno. Mi hai insegnato l’indipendenza del cuore

Vagamente riflessivo - Ciao nonno. Mi hai insegnato l'indipendenza del cuore

 

Stanotte mio nonno ha smesso di lottare.
O forse di resistere a una vita che si è accanita duramente, gliene ha fatte passare davvero troppe e non era mai contenta.
Sembrava che tutte le volte che mio nonno trovava il modo per dimostrarle che un corpo ancora vivo può fare sempre tanto, lei, la vita, s’impuntasse per fargliela pagare. Sembrava uno di quei tiranni che godono ad avere i sudditi inginocchiati, con una pistola puntata alla testa, e gridano tu adesso stai lì, non ti muovere, non ti rialzare, non vali niente.
Da giovanissimo perse un braccio a causa di una mina di guerra. Ma lui non si diede per vinto. Faceva tutto, non rinunciava a nulla. Aveva un vecchio Ciao rosso scuro e lo guidava con una sola mano. Da bambino mi faceva stare in piedi davanti al sellino e mi portava in campagna. Ero terrorizzato ogni volta, perché pensavo nonno ha una sola mano, cadremo, non ce la farà. E invece lui decideva che poteva farcela.
Mi portava nel suo podere, era bellissimo. Ricordo la puzza del motore del Ciao che si spegneva e ci avvolgeva quella di uva sbattuta, galline e fango.
Si rintanava in cantina a fare il vino e io giocavo nelle pozze d’acqua di cui si rigava l’orto, dopo le notti di temporale, e acchiappavo le rane, esploravo la natura e i suoi dettagli. Imparai così l’arte dell’attenzione, del non pensare all’insieme delle cose ma a concentrarsi sulle sfumature: il fango fa le bollicine, per esempio, e sotto le bollicine ci sono le rane. L’erba è verde, ma è soprattutto nera per le formiche, rossa per le coccinelle, gialla per i semi sparsi, bianca per i pezzetti di scontrino ammuffiti che qualcuno ha lasciato cadere.
Eravamo simili, io e nonno. Non mi sono mai sentito simile a nessuno, a parte lui. Nonno amava stare da solo e io pure, e quelle erano le uniche volte che non mi sentivo dire “ma stai con noi, non ti isolare”.
Stavamo da soli insieme. A pochi passi o nel raggio di cento metri, come due satelliti che non si avvicinano ma neppure si allontanano.
Forse, a pensarci adesso, lui è stato l’unico a capire la mia natura, a non dire cose tipo “è strano che questo bimbo sta sempre da solo”, perché lui la pensava come me. Che non si è mai davvero soli, quando ci ricordiamo di avere noi stessi.
Non parlavamo di niente, non abbiamo mai avuto quel tipo di rapporto affettuoso. Non era per niente dolce, non distribuiva carezze, non era particolarmente generoso. Teneva molto a ciò che era prezioso per lui, come volesse difenderlo, perché la vita gli aveva già tolto parecchio. Era geloso della sua bicicletta, dei suoi francobolli, dei suoi libri.
Era di poche chiacchiere e sempre calibrate, orientate all’azione. Fare, dire, andare. Mangiare, dormire. L’espressione del cuore non era nella sua educazione, come capitava a tanti nonni, a quel tempo. La povertà li aveva fatti rigare dritto, non c’era tempo per le smancerie.
Era felice quando pranzavo a casa sua, però.
Faceva il custode nel museo del mio paese e nella zona archeologica. Una volta, da piccolo, mi portò in cima al tempio di Nettuno, quello più grande. Un privilegio per pochi. Approfittò delle impalcature del restauro e da lassù mi mostrò la bellezza dello stare in silenzio a guardare qualcosa che dal basso non ti comunica granché, perché se si parla sempre non si apprezzano le piccole cose. Le montagne, i pini, la forma delle nuvole, le cascine. Il vento da lì era elettrico, diverso, pauroso ed eccezionale. Guardavo nonno e lo sapevo. Lo sapevamo entrambi. Era bello stare distanti da tutti, assaporare la pace.
In ogni caso, la cosa a cui più teneva era la sua indipendenza. Era più importante del matrimonio, dei figli, dei soldi, del resto, della felicità e delle persone. Io l’ho capito da subito, e forse è stata colpa sua, o credo merito suo. L’indipendenza è tutto ciò che ho ereditato da nonno. Niente gingilli, nessun motto da ripetere agli amici, niente lezioni su motori e agricoltura.
Vederlo andare via di casa e non sapere dove fosse, in giro sulla sua bicicletta. Il potere, la forza, la pazienza, era tutto concentrato in quel momento in cui raccoglieva le chiavi e andava via, senza il bisogno di nessuno.
Poi tornava, è ovvio, non è che non avesse voglia di condivisione o di calore. Non era egoismo. Era solo più forte di lui. Doveva andare fuori, c’era quella cosa lì che lo aspettava, e non poteva farne a meno. Quella era la massima espressione di libertà: andarsene nella natura e nei vicoletti e per le strade, e dopo aver voglia di tornare. La libertà di entrare e uscire dalla vita di tutti, per dedicarsi alla vita sua e basta.
Dopo tanti anni, però, arrivarono la perdita di un occhio, la leucemia e il diabete, e nonno perse le energie. Perse l’indipendenza, l’unica cosa per cui valesse la pena di vivere.
Da un giorno all’altro non poté più andare in bicicletta, perché i pedali erano pesanti. Non poté più camminare da solo, non lo reggevano le gambe. Ebbe bisogno degli altri per fare ciò che prima faceva da solo. Abbottonarsi la camicia, comprare il giornale, fare la spesa, raggiungere i posti che gli ricordavano la sua libertà e la solitudine, che gli mancavano come l’aria.
Perciò si è spento, si è rabbuiato. Ma nonostante il male e le angherie della vecchiaia, ce l’ha messa tutta per restare vivo. Malattie così tremende, e lui ha resistito per anni. Fino a quando, per un banale errore di valutazione, nel sedersi sulla sua poltrona è scivolato sul pavimento e ha battuto la testa.
Si spera sempre che un parente se ne vada via sereno, magari nel sonno. Si spera sempre di poterlo salutare, tutti uniti intorno a un letto. Si spera sempre di avere tempo. E invece lui se n’è andato nel suo stile, da solo. Si è ficcato nel suo silenzio, in un coma in cui nessuno poteva entrare, e ci ha salutato così.
Non ci hai dato la possibilità di dirti ciao, nonno. Ma so che per te non era importante. E so che non avremmo comunque mai parlato di ciò che abbiamo dentro, di ciò che avevi dentro. Perciò non mi pento del rapporto che non abbiamo mai costruito. Andava bene così, a tutti e due.
Ma ti dico grazie ugualmente. Se mi piace isolarmi e capirmi, capire cosa provo, come funziona il mondo, è tutto merito tuo. Forse, se scrivo è merito tuo.
Mi hai lasciato il dono più grande di tutti, nonno. Il libero arbitrio, che si ottiene solamente quando non si ha paura di stare soli.
Buon viaggio.

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