Omofobia: siamo tutti colpevoli perché crediamo ancora nella “normalità”

Vagamente gay - Omofobia siamo tutti colpevoli

IL CONCETTO DI DIVERSITÀ

Fino a poco tempo fa, nell’immaginario collettivo, la diversità era un motivo di vanto. Avere un figlio “diverso” era sinonimo di arricchimento per la famiglia. Diverso per cultura, per intelletto, diverso per gli stimoli.
Un figlio “diverso” era un figlio “migliore”. Ma “diverso” era anche il figlio a cui dare più affetto, bisognoso di maggiori cure per impedire che le brutture del mondo lo travolgessero. L’espressione di massima tutela.
Oggi, a causa dei social, di una cultura fondata sul paragone e di un capitalismo che tenta di omologare la popolazione per trarne il massimo profitto, la diversità è diventata una disgrazia, qualcosa di cui vergognarsi, giustificarsi o evitare.
L’esempio lampante è avvenuto pochi giorni fa, il caso di una bambina down respinta da ben sette famiglie, prima che intervenisse l’umanità di un single che ha fatto richiesta di adozione straordinaria. Una neonata, un essere così delicato e innocente, che ha già sperimentato quanto possa essere crudele la paura della diversità.

Diverso è un figlio che divorzia, che non studia ma sceglie il lavoro dopo il diploma. Diversa è una donna che decide di non avere figli, una ragazza single che sceglie di adottare.
Il diverso genera pettegolezzo e fa sì che la sua famiglia assorba quel concetto di diversità, diventando a sua volta una famiglia diversa dalle altre.
Questa visione, che nega la libertà di seguire i propri istinti, porta le persone ad aspirare a modelli terribili di normalità e perfezione, tutto in virtù dell’apparenza. Aspetto fisico, ruoli sociali, situazione economica, sono dettagli che influiscono sulla percezione che le famiglie hanno della loro condizione e delle altre.
Se si parla di omosessualità, il discorso non cambia.
L’intera famiglia si sente diversa in quanto un suo componente è socialmente ritenuto diverso.
A volte succede, quindi, che i genitori non riescano sostenere il peso dell’umiliazione, a sopportare l’insofferenza e il giudizio con cui vengono bombardati dall’esterno, e invece di dimostrare amore e senso di protezione per i figli, reagiscano con rabbia e intolleranza.
È proprio la paura della gogna sociale a scatenare l’omofobia dei genitori, ossessionati dal timore di dover rivelare ai vicini o ai parenti di avere un figlio e o una figlia gay, e di essere quindi giudicati.
Può sembrare assurdo, sacrificare un figlio per non macchiare l’aspetto della famiglia. O allontanare una figlia per non mettere in discussione le proprie fobie di genitore. Eppure, se si ragiona sul fatto che l’omosessualità è ancora oggi associata alla perversione, a un atteggiamento contronatura, a una scelta da riparare, a quel punto le reazioni dei genitori, pur restando deprecabili, trovano almeno una spiegazione umana.
Succede, e bisogna ribadirlo. Succede ogni giorno. Figli che abbandonano la propria terra per poter essere se stessi, e che si prendono carico di un’ingiusta doppia responsabilità: non solo l’accettazione della propria omosessualità, ma anche la tutela della propria famiglia.
Figli che diventano genitori.

Questo ripetersi di aspettative, all’interno delle famiglie, genera uno stato d’ansia che, di frequente, convince i figli a non fare coming out, a reprimere la propria sessualità o a dirottarla su quella eterosessuale.
Il perenne terrore di deludere le aspettative dei genitori fa sì che a pagare il prezzo più altro siano sempre i figli.

OMOFOBIA E MASCHILISMO

L’omofobia è spesso l’insieme dell’educazione familiare, di credenze tramandate e dei pregiudizi sociali.
Dietro l’omofobia, però, può nascondersi anche l’odio per l’esibizione della sensibilità e dei sentimenti, soprattutto se chi odia è incapace di affrontare il proprio spessore emotivo, di dialogare con i genitori o con il partner, di essere diplomatico o prendere coscienza di sé.
In questo caso è evidente la mancanza di un’educazione sentimentale. Manca il messaggio che dice “è normale essere fragili, provare confusione, cercare risposte negli altri”.
Intere generazioni di uomini e di donne sono state allevate in tempi di povertà, con un’educazione pratica, contadina. A volte feroce, fatta di padri-padroni e uomini autoritari, che imponevano, urlavano, picchiavano mogli e figli. Un’educazione maschilista, con una visione che vedeva il rapporto di coppia come un mezzo di sostentamento: l’uomo lavora, e dunque compie sacrifici e mansioni manuali. La donna mantiene la casa e accudisce i figli.
In questa visione, tramandata di padre in figlio, vige l’azione pura, il fare. Non c’è spazio per i sentimenti e per il dialogo. E sopravvive ancora oggi in molti nuclei familiari, in cui l’analfabetismo emozionale rende impossibile un rapporto sereno tra genitori e figli o tra coniugi, e che insegna ai ragazzi e alle ragazze ruoli dannosi sul comportamento autoritario dell’uomo e quello servile della donna.
I sentimenti, percepiti come una debolezza, sono in questo caso considerati una prerogativa della donna. Perciò l’omofobia può essere vista come un’estensione del maschilismo, che pone la donna come un essere inferiore – in quanto emotiva – e la persona omosessuale come una storpiatura dell’essere donna, in quanto uomo che palesa la propria natura emotiva.

LA SOCIETÀ ETEROSESSUALE

Per quanto la televisione gayfriendly, gli argomenti di discussione e le nuove leggi in vigore stiano conducendo l’opinione pubblica a una seppur timida apertura, viviamo in una società rigidamente eterosessuale, che dà per scontato che tutti siano eterosessuali fino a prova contraria.
Di fatti, non esiste un coming out di eterosessualità. Non c’è alcun bisogno che i figli confessino ai genitori di essere eterosessuali.
Pertanto, l’omosessualità viene vista come una condizione secondaria e inaspettata, un’alternativa alla “normalità”, costringendo le persone gay, giovani o adulte, a un coming out stressante e sofferto: dover confessare ai propri cari di non essere la persona che credevano.
È proprio l’aspettativa di eterosessualità che discrimina gli omosessuali, e che certifica ogni giorno quanto l’omosessualità non sia socialmente riconosciuta, ma tollerata nel momento cui si verifica, proprio come un imprevisto.

GLI STEREOTIPI DI GENERE

I giocattoli e i vestiti per bambini sono spesso distinti per colore, e i colori sono a loro volta associati al sesso maschile o a quello femminile. Se un neonato viene vestito di blu, per esempio, sarà automaticamente identificato come maschietto.
Una così semplice abitudine, che può sembrare innocua, genera tuttavia una lunga serie di regole tacite che restringono la libertà dei bambini e degli adulti che saranno, vincolando l’essere maschio e femmina a dei doveri e a delle aspettative.

Queste regole vivono sugli stereotipi di genere:

– le bambine sono legate al colore rosa e a giocattoli che evidenzino maternità e cura per l’aspetto fisico, come il passeggino, le Barbie da pettinare e la cucina; le donne devono dimostrare femminilità – attraverso le movenze, il proprio corpo e l’abbigliamento -, ma anche gentilezza, pazienza, comprensione e premura, e dichiarare il desiderio di mettere su famiglia;
– i bambini sono associati al colore blu e a giocattoli che esprimono forza e praticità, come le macchinine, i robot, la cassetta degli attrezzi, lo sport; gli uomini sono convinti di dover dimostrare coraggio, resistenza, possessività e di non poter palesare crolli psicologici o pianto; non di meno rispetto alla donna, anche l’uomo è giudicato per il suo aspetto fisico, legato alla mascolinità e bocciato se efebico.

Automobile, trapano, canna da pesca, pallone, sono simboli legati all’uomo; rossetto, biberon, cucina, lo shopping sono simboli legati alla donna.
Questa simbologia fa sì che da una parte uomini e donne abbiano il dovere pubblico di adottare gli elementi a loro associati, e dall’altra vieta loro lo scambio, l’accesso delle donne ai simboli maschili, e l’accesso degli uomini ai simboli femminili.
Una donna non può comportarsi da uomo. Un uomo non può macchiarsi delle usanze femminili.
Questi comandamenti possono anche sfociare nel bullismo a scuola, sia maschile che femminile. Basti pensare a un ragazzino esile che viene deriso o picchiato in quanto “poco maschio”, “froci*”, “femminuccia”, o a una ragazzina emarginata perché “maschiaccio”, “grassa”, “senza tette”.
L’omosessualità, al contrario, invita la persona gay alla comprensione di sé, alla ricerca della propria verità. Favorisce la domanda “cosa mi piace davvero, oltre l’essere uomo o donna?”, e quindi le permette di avventurarsi nelle usanze e negli stereotipi dell’altro sesso, mescolando il proprio genere e creando un incidente poco comprensibile all’esterno.
L’esempio più comune è il maschietto che chiede una bambola in regalo, o una bambina che non sopporta i vestiti da femminuccia. Segnali che spesso vengono recepiti dai genitori come una forma di allarme, e a volte tristemente corretti o piegati.

L’OMOFOBIA COME UN’EMOZIONE

L’omofobia è intesa come l’atto della discriminazione, verbale, fisica o di intenti.
Un’aggressione in strada, di cui la cronaca ci ha informato spesso in estate. Un pugno a scuola, è in aumento il bullismo che prende di mira i ragazzini deboli tacciati come “ricchion*”. Un messaggio whatsapp di un albergatore che informa che cani e omosessuali non sono ben accetti. Un’opinione derisoria sul lavoro. Una dichiarazione politica ostile, come può esserlo “i matrimoni gay non sono una priorità”.
Questi sono atti di omofobia socialmente riconosciuti.
Li leggiamo sui giornali, invadono gli articoli.
Eppure, per chi è omosessuale, l’omofobia è soprattutto uno stato d’animo orribile, perenne e inviolabile. La sensazione sgradevole che comincia il primo giorno in cui realizza di non essere più come gli altri, ma di appartenere a una minoranza, non riconosciuta come “normale”. Cioè un numero inferiore di persone rispetto alla società “convenzionale”.
Un giorno ti svegli e non sei più un uomo, una donna, un cittadino. Sei improvvisamente solo gay.
Con questa consapevolezza avviene un cambiamento traumatico. L’abbandono delle proprie certezze, che hanno costruito la persona che si è stati fino a quel momento. La lacerazione di una parte di sé e la creazione improvvisa di una nuova identità da sostenere davanti alla famiglia, agli amici, al lavoro, alla società.
Un cambiamento che può portare a non riconoscersi più e a conseguenti stati di malinconia, smarrimento, chiusura, depressione, confusione, e a forme di dipendenze di varia natura.

L’omofobia è il disagio che provano il ragazzino o la ragazzina omosessuale nelmomento in cui scoprono di provare un’attrazione “sbagliata” – magari tra i banchi di scuola o nella cerchia degli amici di infanzia -.
“Sbagliata” in quanto fuori dagli schemi eterosessuali con cui la società ci educa, si muove, si sviluppa e identifica il rapporto di coppia. “Sbagliata” perché fuori dall’ambito amoroso uomo-donna, che è anche il riferimento più vicino, quello dei genitori, che fungono da esempio sui rapporti sessuali e sentimentali.
Le fiabe raccontate ai bambini includono una principessa e un cavaliere che alla fine si sposano. Gli spot pubblicitari vedono una moglie che cucina e un marito che torna dall’ufficio per darle un bacio.
Immaginate perciò un adolescente che scopre la sua attrazione anomala, e il suo stato d’animo nel capire che può essere derisa dai compagni di scuola, negata dall’Azione Cattolica che frequentava, denigrata da esponenti politici e religiosi, in Tv e sui giornali. Non condivisa dai familiari.
Un intero sistema che non ti riconosce, insomma.
Un’attrazione che, per questi motivi, crea distanze.
Il mondo va avanti compatto, e tu che sei gay lo ammiri da lontano.
Il conseguente primo istinto, dunque, è di dover nascondere questo tipo di attrazione, come fosse un peccato.
La discriminazione quotidiana e intrinseca della società in cui viviamo fa sì che non si possa negare che l’omofobia sia a tutti gli effetti un’emozione, al pari della gioia e della tristezza. Che invade la sfera personale e accompagna l’individuo ogni giorno nella sua crescita, nella fase di apprendimento e socializzazione, nel suo modo di rapportarsi con gli altri. Nelle scelte, nelle opportunità lavorative e in quelle sentimentali, nei rapporti familiari e amicali.
La consapevolezza che la sua vita attraverserà per sempre una serie di prove, di conflitti, di distinzioni, di paragoni e di bugie, che altrimenti non avrebbe dovuto sopportare. Con il carico di stress e negatività che tutto questo comporta. Il pensiero fisso di non farcela o di dover dare spiegazioni.
“Fuga”, “Negazione”, “Simulazione” sono sinonimi di omofobia.

E se non fosse semplice mettersi nei panni di chi vive ogni giorno uno stato d’animo alienante, questi sono esempi di omofobia-emozionale legata ai momenti importanti della vita di una persona gay:

– il coming out in famiglia: la rivelazione della propria natura di fronte alle persone che l’hanno messa al mondo, vissuta come un trampolino di lancio, una conferma alla propria identità e al proprio meritare o no di sentirsi ancora parte di un nucleo familiare. Il pensiero collegato alla famiglia è “se non mi accettano mamma e papà, che sono coloro che dovrebbero amarmi di più, allora chi mai lo farà?”“Se non esisto per loro, io non esisto”;

– il coming out con gli amici di scuola: l’amicizia rappresenta il rapporto sociale per eccellenza. Il primo di una serie di muri, oltre i quali aspetta l’accettazione della propria persona oltre le mura domestiche. È l’ostacolo che risponde alle domande “merito di avere delle relazioni sociali ed essere come gli altri?”“resterò da solo?”;

– la ricerca di un lavoro: in ogni ambito lavorativo, la preoccupazione di non essere accolti, o di vivere una situazione non pacifica tra colleghi o con i superiori, è profondamente legata all’omofobia che la persona gay custodisce nel proprio intimo.
La casa è il nido di ogni persona, lo scudo dietro cui potersi nascondere quando all’esterno va tutto male. Perciò la paura di essere esclusi, criticati o discriminati sul lavoro in base al proprio orientamento sessuale è annodata alla paura del fuori, dell’esterno, di ritrovarsi esposti e vulnerabili, e di non riuscire a sopravvivere.
Riflette le credenze “se mi espongo, potrei essere licenziato o allontanato, e non riuscirei a guadagnarmi da vivere”“Se non riesco a guadagnarmi da vivere, sarò costretto a tornare indietro, da mamma e papà, e a sentirmi un peso”;

– l’espressione di affetto in pubblico: quanto può essere naturale per due amanti di sesso opposto baciarsi e scambiarsi gesti di tenerezza in pubblico, tanto più è ritenuto sconveniente che una coppia di gay o lesbiche possa baciarsi sulla spiaggia o tenersi la mano per strada. Semplici azioni ancora condannate, che ingabbiano gli omosessuali in una serie di regole tacite e limiti negli spazi aperti, facendoli sentire immeritevoli degli stessi diritti concessi alle persone etero. La stessa televisione pubblica ha censurato più volte scene di effusione gay in film e telefilm.
Questi termini di convivenza tra etero e omosessuali favoriscono le domande “Sono libero?”“Posso farlo o è meglio evitare?”“Intorno a me può esserci qualcuno che si scandalizzerebbe o che potrebbe arrabbiarsi e farmi del male?”;

– la ricerca di un appartamento in affitto: il proprietario potrebbe essere omofobo, e l’ipotesi può condizionare non solo la scelta di un locale o la risposta a un annuncio, ma anche il proprio comportamento all’interno della casa. La domanda che tormenta è “Sarò cacciato da casa mia, sentendomi violato anche nel luogo più intimo che ho?”;

– la voglia di diventare genitore: la più naturale e legittima voglia di trasmettere amore, surclassata dai possibili problemi che il bambino sarebbe costretto a sfidare a scuola nel dichiarare di avere due padri o due madri, e dalle possibili distanze create dalla comunità dei genitori e dagli insegnanti della scuola.
Insinuano i dubbi “Sarò un bravo genitore come gli altri?”“Sto condannando mio figlio alle discriminazioni e a soffrire?”“Dovrò dimostrare il doppio sulla mia affidabilità?”.


IL RICONOSCIMENTO SOCIALE

È innegabile: esistiamo in mezzo agli altri, ed esistiamo in base all’approvazione altrui.
Se così non fosse, i social non avrebbero sostituito le nostre vite reali.
Chiediamo e desideriamo approvazione continuamente. Con una foto su Instagram, con un post su Facebook, con una critica al vetriolo su Twitter. Ma crediamo davvero in ciò che divulghiamo solo quando è il pubblico a rispondere positivamente, e da quella risposta troviamo vigore e conferme in noi stessi.
Siamo ciò che gli altri vedono e come ci identificano, e reagiamo in base a come ci trattano.
Come in un gruppo di amici, in cui ognuno ha un ruolo sia individuale che collettivo, così la società svolge un ruolo notevole per ogni cittadino, affidandogli un ruolo pubblico. Questo ruolo ha lo stesso effetto di una “convalida”, un’approvazione, che sarà poi il mezzo con cui il singolo individuo affronterà i rapporti pubblici e privati, sentendosi al sicuro e parte di una comunità.
Se una società non riconosce pubblicamente la persona gay, questa viene costretta a esistere in una condizione di invisibilità e precarietà emotiva, sviluppando l’idea di non avere la stessa capacità di stare al mondo. Capacità di amare, di condividere le proprie esperienze, di crearsi una famiglia.
Spesso si urla che gli omosessuali non abbiano queste facoltà. Ma che anzi siano egoisti, superficiali, frivoli e orientati alla dissolutezza. Luoghi comuni che tuttavia trovano una spiegazione, se si pensa che è la stessa società a spingerli alla deriva emotiva, discriminandoli e costruendogli un percorso rigido, e perché costretti a vivere alla giornata più che a fare progetti.
Non si può permettere alle persone omosessuali di costruirsi un’identità solida, in cui avere fede, se questa non viene riconosciuta dalla famiglia, dagli amici, dai colleghi di lavoro, dalle istituzioni, dalla legge.
Se la società in cui viviamo eclissa ed esclude gli omosessuali da una visione di “normalità”, una delle conseguenze può essere l’emulazione e l’adozione, da parte delle persone gay, di quel comportamento di censura. Sviluppando timidezza, nevrosi e forme d’ansia, apatia, asocialità, dipendenze da alcol, droga e sesso.
Il riconoscimento della natura di ogni individuo è il primo passo per la realizzazione della sua libertàdi un’emotività sana e della sua felicità.

Perciò, quando sentiamo qualcuno dire che l’omosessualità non riguarda tutti, che i gay non devono pretendere riconoscimenti perché sono pochi, sono una moda. O peggio che ormai ci sono le Unioni Civili e quindi andiamo avanti, che i tempi sono cambiati e alè, che Maria De Filippi ha portato il trono gay.
Non ascoltiamoli. Restiamo umani.
Perché l’omofobia è solo uno dei tanti aspetti sociali che ancora non sappiamo e non vogliamo gestire. È solo la prova di uno dei tanti fallimenti umani con cui facciamo i conti quotidianamente. È solo l’ultimo, ma non per importanza, di quei temi che ci fanno sporcare le mani di sangue, di cattiveria, di ingiustizia.
Il razzismo, il femminicidio, la disabilità, il bullismo, la guerra, la povertà, l’immigrazione, l’aridità dei giovani, la disoccupazione.
Cerchiamo disperatamente di assorbire tutto ciò come fossero avvenimenti che capitano sempre agli altri, e che in fondo non ci riguardano. Ma siamo noi. Il mondo siamo noi. E se il mondo fa schifo, allora l’unico modo per cambiarlo è cambiare noi stessi, curando questo cancro moderno che è l’egoismo.
Smettendo di fingere di poter essere felici e liberi in una società piena di gente attorno a noi che non lo è.

Scritto da Pierpaolo Mandetta

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One thought on “Omofobia: siamo tutti colpevoli perché crediamo ancora nella “normalità”

  1. Bellissimo articolo Pierpaolo… quasi mi sono commossa… ho una amica lesbica e ho letto tutto d’un fiato… “E se il mondo fa schifo, allora l’unico modo per cambiarlo è cambiare noi stessi” verissimo! noi italiani abbiamo sempre questa caratteristica di lamentarci e basta. Di aspettare che gli altri facciano qualcosa, però se gli altri fanno lo stesso “eh ma che deficiente”… roba da matti!

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