Per me la scuola è stata un incubo

Vagamente riflessivo - Per me la scuola è stata un incubo

È successa una cosa molto strana.
La Regione Sicilia e il Comune di Caltagirone hanno dato il patrocinio alla presentazione di “Dillo tu a mammà” che vivremo lì il 17 Ottobre, in presenza delle scuole superiori della città, delle classi quarte e quinte.
È una cosa molto strana perché non avrei mai immaginato che la vita mi avrebbe riportato in quella direzione.
Una direzione che ho detestato, che mi ha torturato e punito anche se non avevo fatto nulla.
Per me la scuola è stata un incubo di merda, e non ho paura di ammetterlo.
Sapete, da bambino ho vissuto in una piccola frazione del mio paese. Il primo anno di elementari eravamo tutti una grande famiglia, maestre e bambini. Ma poi i miei genitori decisero di trasferirsi e così continuai in centro, in una scuola in cui i bambini sembravano già più “evoluti”, già maliziosi, con le parolacce in bocca e “inquinati” dalle brutte abitudini dei genitori. Si prendeva in giro chi aveva le scarpe che costavano poco, gli zainetti senza marca, chi era testimone di Geova, chi aveva il papà che faceva il netturbino, chi guardava cartoni animati da femmina.
Il primo giorno, a fine lezione, quando suonò la campanella ci radunammo nel corridoio in fila per due, e nella mia vecchia scuola si usava prendersi per mano prima di uscire. Così impugnai la mano del mio compagno, e tutti risero, mi indicarono, richiamando l’attenzione anche delle altre classi, e mi scagliarono addosso il primo “ricchion*” della mia vita.
Avevo sette anni.
Alle medie invece incrociai due bulli, che nonostante tutti gli insulti possibili decisero che non era abbastanza, e mi presero a schiaffi e a calci per tre anni. Tornavo a casa con i lividi, piangevo sempre. Quella classe divenne una gabbia in cui ero costretto a stare per sei ore al giorno.
Gli altri compagni ridevano. Era bello, per loro, sentirsi al sicuro, protetti dalla barricata di chi offende, piuttosto che in quella degli impotenti, di chi viene umiliato, degli invisibili. Lo spirito di sopravvivenza li convinceva a partecipare alle offese per prendere una posizione. Si umiliava chi era cicciottello, chi aveva l’apparecchio, chi l’acne, chi i genitori divorziati.
La mia personale colpa era quella di essere educato, nient’altro. Ed educato a quell’età è un sinonimo di femminuccia, perché solo le femminucce stanno al loro posto, sono gentili. I maschi fanno la guerra, parlano di calcio, si picchiano per dimostrare chi comanda.
“Ricchion*”, anche qui, era la cattiveria che più accompagnava ogni mazzata. A volte mi tiravano anche le pallonate in faccia, e le bambine ridevano.
Un giorno, in terza media, un bullo mi passò un bigliettino con disegnato su un pene. C’era scritto “questa è la tua faccia”. L’insegnante se ne accorse, si prese il bigliettino e chiese di chi fosse. Io lo indicai, lui finì dalla preside. L’insegnante chiese tre giorni di sospensione, ma a un certo punto, dopo la trattativa, tutti convennero che fu solo una bravata, e i giorni divennero uno, con una pacca sulla spalla. A lui, non a me. Io ero invece la spia.
Il bullo continuò a insultarmi, più incazzato di prima. Chiesi aiuto a mia madre, che a sua volta venne a scuola e chiese aiuto a un’altra insegnante. Ma a nessuno importava: si annuiva perplessi, si voleva archiviare la cosa con un “che non si ripeta più!”, come fossimo cagnolini. C’era qualcosa, una forza invisibile che impediva agli adulti di prendere provvedimenti, o la responsabilità di ciò che mi accadeva.
Mia madre, dopo un po’, reagì alle mie lamentele stressandosi. Si sentiva in colpa, e trovò più facile lavarsi di dosso quel senso di frustrazione, dicendomi “a un certo punto devi imparare a cavartela da solo”. E io lo feci.
Cominciai a fingere di stare male, improvvisai raffreddori, saltai le lezioni.
Mi sentivo così solo.
Alle superiori nessuno mi picchiava, e questo fu già un punto di svolta. Ma la discriminazione si fece più sofisticata. Non c’erano più i bulli, ma i branchi.
C’erano quelli di quinta, che regnavano urlando nei corridoi, impedivano l’accesso ai bagni per farsi le canne. C’erano gli squilibrati, ragazzi di famiglie in difficoltà o problematiche, che riversavano la rabbia e i dolori sui compagni e aggredivano chiunque. C’erano quelli che giocavano a pallone ed erano adorati, e tu eri sempre la merda davanti ai loro piedi. C’erano le ragazze violente, sulle scale del cortile, che dicevano “vaffanculo, qua non ci puoi stare”.
“Ricchion*”, di nuovo, ancora, era l’arma comune. Sembrava riassumere il male. “Stronzo”, “coglione”, erano bazzecole. “Ricchion*” aveva la capacità di ferirti dentro. “Ricchion*” era plateale, inviava un messaggio all’intera comunità scolastica, che eri il bersaglio. Impediva a tutti gli adolescenti non etichettabili, che non riuscivano a collocarsi in una squadra, di sentirsi sereni. Di farsi degli amici. Di prendere buoni voti.
“Ricchion*” era il massimo insulto. Così come per le ragazze lo era “puttana”. Questi due termini ti facevano terra bruciata e ti identificavano come la vittima da sacrificare per permettere agli altri di sentirsi migliori. E mi domandavo ma perché? Non sarebbe più facile se andassimo tutti d’accordo e ci aiutassimo? Chi ha deciso che le cose vanno così?
Forse gli adulti. Forse la Tv, la moda, le religioni.
Per l’ennesima volta, scuola voleva dire pericolo. Voleva dire vittime e carnefici.
Figuriamoci la mia voglia di laurearmi, dopo. Con il diploma in mano, ora che non avevo più l’obbligo di studiare, scappare da quell’ambiente era il mio più grande sogno. La mia massima aspirazione.
Dalle elementari alle medie, di evidente c’era il tentativo comune di escludermi, di isolarmi, di dire chiaro e tondo “tu non sei come noi, perciò resti fuori”.
E alla fine mi hanno convinto. Ognuno di loro mi ha convinto che non c’era un posto nel mondo per me. Che ero inadatto, inadeguato, difettoso, troppo fragile, troppo ingenuo, poco virile, poco divertente. Che avrei fatto meglio a starmene chiuso in camera.
Ero ormai un adolescente ipertimido, impaurito dal mondo. Prendevo il Lexotan, avevo fitte ovunque, il reflusso e tante fobie sulla morte. La mia fiducia nei miei genitori e in chi mai avrebbe potuto proteggermi era andata, ed ero andato anche io. Non mi ero sviluppato come gli altri. Mi vergognavo del mio aspetto, della mia voce, di come mi muovevo. Non uscivo con nessuno, vivevo nella mia piccola stanza e lì aspettavo la sera, giorno dopo giorno, sentendomi inutile.
Il risultato fu la mia incapacità di relazionarmi con gli altri. Perciò non potevo trovarmi un lavoro, che potevo mai fare? O fare tutte quelle bellissime esperienze che si raccontano a vent’anni. Chessò, viaggiare, ubriacarsi, fare foto, ma prevedevano tutte degli amici.
L’esclusione.
Ecco, “esclusione” penso che sia una parola molto importante, che dovremmo ripetere spesso. Più importante di “omofobia”, per esempio, o “misoginia”. Perché se raduniamo qualsiasi termine di odio – per le donne, per i neri, per i poveri e il resto -, si può capire che in fondo l’obiettivo è sempre quello: escludere qualcuno. Considerarlo inferiore. Negargli diritti.
In parole povere… cancellarlo, no? Distruggere la sua identità.
E quando una persona viene cancellata dall’opinione di chi ha intorno, allora gli sembra di non vivere, di non esistere, di non poter esprimere ciò che ha dentro.
Inutile regalare ai giovani quelle stronzate che fanno più o meno “credi in te stesso”, “arrendersi mai”, “essere se stessi è importante”.
Sono stronzate.
Esistiamo in mezzo agli altri, ed esistiamo in base all’approvazione altrui, e sarebbe ridicolo negarlo.
Siamo ciò che gli altri vedono. Se vedono un “ricchion*”, saremo quello. Se vedono una “puttana”, non riusciremo a sentirci nient’altro.
Perciò per me è strano parlare di scuola e pensare che tra venti giorni sarò lì, davanti a tantissimi studenti, tra i quali forse c’è qualcuno che sta passando ciò che ho passato io. Ma è soprattutto un onore, e un’occasione imperdibile, perché bisogna parlare ai giovani della realtà, di ciò che può succedere se sono crudeli, di ciò che può accadere se si dimostrano amabili. Parlare non di accettazione, perché non c’è niente da accettare, ma di rispetto, della normalità di essere “diversi”. Di pace. Di bullismo, e soprattutto di come uscirne, perché nessuno lo fece con me. E sono davvero felice che le cose stiano cambiando. Che ci siano adulti e istituzioni interessate a difendere il futuro degli studenti, qualità della loro vita.
L’evento è organizzato dall’Istituto Superiore Majorana Arcoleo con il patrocinio della Regione Siciliana, Assessorato Pubblica Istruzione e Formazione Professionale e della Città di Caltagirone, Assessorato alle Politiche Educative e Scolastiche in collaborazione con la Libreria Dovilio.
Questo è un traguardo stupendo e ringrazio davvero tutti per l’occasione data al mio romanzo “Dillo tu a mammà” di poter offrire degli spunti di riflessione utili.
Dobbiamo lottare affinché la sensibilità e la gentilezza vincano sull’arte di farci la guerra.

Segui la pagina Facebook: pierpaolomandetta

 

Annunci

One thought on “Per me la scuola è stata un incubo

  1. Condivido due riflessioni con te. Anch’io sono stato da bambino e adolescente potenzialmente soggetto a bullismo e isolamento. Miope con gli occhiali, molto introverso, fisicamente peloso innanzi tempo e probabilmente già davo i miei segni di omosessualità. Tra l’altro anch’io una volta dovevo prendere per mano il mio compagno di classe per uscire e una volta ho continuato a tenerlo per mano anche usciti da scuola per un certo tratto. Puoi immaginare cosa mi hanno detto. Mi hanno preso in giro e poi hanno smesso. Non mi sono mai considerato vittima di isolamento ma di tentativi di bullismo, che poi sono smessi. E non mi è ancora chiaro il perché. I miei genitori, gli insegnanti, non sono intervenuti sicuramente. Credo questa mia situazione sia riconducibile a quello che rappresenti in termini di debolezza di fronte al prossimo. Ne avevo tante di debolezze, ma avevo anche un carattere forte che non entrava nei loro loop: e questo mi ha aiutato e li ha scoraggiati. Tra tutte, io non avevo paura di essere isolato, io so stare da solo e questo lo vedevano. La seconda riflessione riguarda la società: la società è fatta da tutti noi con diritti e doveri. Vogliamo i diritti, ma non accettiamo molto spesso l’impegno dei suoi doveri. Non la difendiamo. E’ oramai così indebolita e incostistente che quando la chiamiamo in aiuto per una situazione di debolezza non è in grado di intervenire.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...