Posta del Cuore: “Il mio ragazzo è FTM e i miei genitori non vogliono parlarne”

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“Ciao Pierpaolo,

ti scrivo in merito al post nel quale racconti di come tua madre alla fine abbia accettato di conoscere il tuo compagno. Mi ha colpito molto perché descrive perfettamente la mia situazione attuale. Ho 30 anni, non sono gay ma convivo da un anno con un ragazzo ftm (*nota: female to male, è una sigla inglese. Indica una persona nata in un corpo femminile ma con l’identità di genere maschile, e che quindi può decidere di transitare dalla fisicità femminile a quella maschile) e per lui ho lasciato la mia regione e due genitori increduli e incazzati.
Scendo una volta al mese più o meno, e tutte le volte mi scontro con quello che racconti tu: genitori che fingono che il tuo compagno non esista, per i quali sei il figlio che vive con “amici”, con cui mangiare e fare due chiacchiere vuote perché delle cose importanti no, non si può parlare. Perché parlarne significherebbe dargli un valore che loro non intendono dare.
Mi è stata lasciata aperta una porta alla quale però hanno messo un fermo, oltre il quale quella porta non può essere spinta perché quello che entrerebbe da un’apertura più ampia deve invece rimanere nascosto.
L’unica salvezza è mia nonna, che a modo suo chiede, si informa e parla con una naturalezza invidiabile.
Detto ciò la mia domanda è: come sei sopravvissuto? Come hai fatto a non perdere il piacere di vedere la tua famiglia nonostante la stessa non accettasse fino in fondo te e la tua vita? Per me è così mortificante.
Vorrei condividere il tuo post per far capire a mia madre cosa si prova, ma ho paura che possa confonderla ancora di più visto che una delle accuse di mio padre, a suo tempo, è stata quella di essere “diventata lesbica”, e tutti i miei tentativi di spiegare che un ragazzo ftm è un ragazzo e non una ragazza sono stati vani.
Ti scrivo, quindi, per sapere la tua esperienza, confidando che alla fine anche mia madre si convinca a dare una possibilità a me e al mio compagno (che per inciso finché era solo un amico era ben accetto e ben voluto in casa mia).

Anonima.”

Cara Anonima,

l’omofobia è la paura e l’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità. Quando pensiamo a questa parola, in genere, ci salta alla mente qualcosa di feroce, come quelli che scrivono “froc* merda” sui muri, i politici di estrema destra che ostacolano le unioni civili e sbraitano “prima la famiglia tradizionale”, alcuni esponenti della Chiesa che ci definiscono contronatura e cose simili. In realtà, l’omofobia più radicata in Italia non credo sia quella fondata sull’odio, ma piuttosto quella generata dalle preoccupazioni. L’ansia che la diversità possa toccarci, riguardarci, e di conseguenza complicarci la vita. Sinceramente: chi vorrebbe un problema? Nessuno.
Essere omosessuale è ancora oggi un problema, nella società. Per chi lo è, ma anche per chi gli gira attorno, ed è questo a complicare la faccenda, a rendere l’accettazione tanto orribile e tortuosa: l’idea che essere omosessuali sia un ammasso di problemi che vengono dall’esterno (procreazione, dicerie, torti, imbarazzo dei parenti, leggi inadeguate, opinione politica e religiosa), e che inevitabilmente investirà la famiglia, preoccupa i genitori, e li rende sordi. La loro prima reazione, dunque, è il rifiuto per scampare al pericolo.
Ti è mai capitato di sentire i vicini che spettegolano di qualcuno nel quartiere? Qualcuno che fuma erba, che sembra strano o troppo taciturno, che ha una vita sessuale condannabile, che ha perso il lavoro o la causa di divorzio, e così via. Ecco, il pettegolezzo serve per alienare i problemi da noi stessi, respingerli, e convincerci che siamo al sicuro, che viviamo un’esistenza irreprensibile, che nessuno potrà attaccarci.
Sotto attacco, cara Anonima. L’omofobia è la paura di essere sotto attacco, bersagliati dal pericolo, dalle maldicenze, dal pregiudizio, dalle difficoltà, dagli insulti, dall’ostilità dei cari e degli amici, e i tuoi genitori, quando pensano a te e al tuo compagno ftm, pensano questo. È egoismo, lo so. Se tutti pensassimo solo alla felicità altrui e fossimo gentili, le discriminazioni non esisterebbero e neppure le fobie. Ma questo mondo storto è fatto così, e l’egoismo è una sua conseguenza, un’emozione umana innegabile. La fragilità di chi non riesce a essere più forte delle cattiverie, che non riesce ad anteporre l’amore assoluto per i figli alla reputazione sociale.
Se cambi prospettiva – e dunque non ti rapporti alla loro ostilità ma alla loro debolezza – potresti riuscire a fare la cosa che per te, e per loro, sarà la più difficile di tutte: comunicare.
Noi che sosteniamo il grosso macigno dei problemi ce ne dimentichiamo sempre. È vero, non siamo neppure spinti a farlo, non siamo avvolti da quel calore familiare tanto comodo da farci buttare, ma se i nostri genitori hanno delle responsabilità, le abbiamo anche noi. Potremmo parlare, gridare il nostro dolore, denunciare al cielo i torti che subiamo e scagliare le nostre speranze, e invece preferiamo trasportare la croce in mezzo alla nostra vita, come fece Gesù con le sue presunte colpe. Ma non c’è alcun colpevole, se non il silenzio. Io ho sofferto per quindici anni e alla fine, è dura ammetterlo, li ho trascorsi nel silenzio, a covare rancore, con i miei genitori all’oscuro del mio stato d’animo. Non fare il mio stesso sbaglio.
Dimostrati più adulta di loro e aiutali a comprenderti, a conoscerti. Spiega loro chi è un ftm, che sarai capace di affrontare le avversità di questa scelta, e dì loro che sei pronta, sarai forte, sarai felice, sarai innamorata, e l’unica cosa di cui hai bisogno è il loro supporto, un loro abbraccio, mentre adesso ti stanno escludendo e indebolendo.
Ricordati della loro paura e resta concentrata sul tuo bisogno. Un abbraccio.

Se vuoi leggere le altre lettere, clicca su LA POSTA DEL CUORE

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