Quando l’amore non arriva dovremmo chiederci se lo vogliamo davvero

Vagamente riflessivo

È bizzarro. Degli amori cominciati male diciamo sempre “è quello giusto”. Forse perché vediamo le difficoltà come un dettaglio romantico, un segnale per cui combattere, per cui prenderla sul personale e provare a vincere. Ammettere la sconfitta sarebbe come ammettere di poter essere rifiutati, di non valere abbastanza per meritare l’amore, e allora ci intestardiamo. In realtà quelle storie sono destinate a finire con gli stessi presupposti con cui sono partite: male.
Io e Giovanni ci scontrammo una notte d’estate. Uscivamo entrambi da una serata sulla spiaggia. Lui ubriaco, io come sempre troppo cauto per perdere il controllo. Mettemmo in moto, in direzioni opposte, e ci adocchiammo nel parcheggio, dai finestrini abbassati, e fu come se i nostri occhi si fossero intercettati. Come calamite: sapevamo dove guardare e chi, e l’attimo dopo frenammo insieme.
Non ci dicemmo molto. Capì subito che ero gay, perché il mio sguardo era fragile e cercava risposte nel mondo. Lui invece era a caccia, non si faceva domande. Conciato come uno a cui non importa di piacere, e quindi ti chiedi cosa ci sia sotto, ti sembra intrigante. Con la pancia, la camicia aperta fino all’ombelico, una catenella da quattro soldi, dei pantaloncini da mare e le infradito. Lo facemmo mezz’ora dopo, sul cofano. Poi gli dissi di chiamarmi Andrea, perché non mi fidavo, e mi lasciò il suo numero, ma non si fece sentire per una settimana. E dopo l’estate ci mettemmo insieme.
Ero giovane, più di adesso, e quando si è giovani si è sempre attratti dagli uomini maturi e dai cattivi, da chi rompe le regole e gli schemi morigerati con cui la famiglia ci ha cresciuti, e a cui gli adulti non stanno mai a sentire. Ero in quella strana età bersagliata dai doveri che vengono da fuori, dalla scuola da poco finita, dal Tg, dai telefilm e dalle chiacchiere da bar, e ne siamo stanchi. Sono un’eredità culturale complessa e non abbiamo gli strumenti umani per ripulirli, indossarli. Non abbiamo ancora fatto gli sbagli che ci insegnano quali doveri fanno al caso nostro, e così diventano motivo d’ansia. Con l’ansia, si sa, rompiamo tutto, noi stessi e gli altri, e invece di occuparci dei problemi, ce ne preoccupiamo soltanto.

Giovanni mi tradiva ogni notte e io lo sapevo. Quello che invece non sapevo era perché mi facesse soffrire e allo stesso tempo rincuorasse.
A gennaio mi operarono al setto nasale. L’ospedale era illuminato al neon e lercio, gli infermieri insensibili e frettolosi, e gli spifferi gelidi si tuffavano sul mio letto posto sotto le finestre di ferro. Mamma lavorava, con me c’era Giovanni. Mi risvegliai dall’anestesia totale singhiozzando, spaventato, e non lo trovai accanto a me, era sceso a fumare. Fu un po’ l’emblema dei miei incubi: non tanto stare solo, a quello c’ero abituato, quanto svegliarmi e ritornare solo, che è diverso. La metafora di uno stile di vita da respingere, di chi non vuole rinunciare allo status di fidanzato, di “adesso ho l’amore, indietro non ci torno”.
Quando corse su e mi venne incontro, gli diedi uno schiaffone e scoppiai in lacrime. Si mortificò, mi chiese scusa, i medici avevano fatto prima del previsto. Mi calmai e affrontammo insieme la notte. Dovetti respirare dalla bocca, avevo dei tamponi ficcati nelle narici che irradiavano dolore fino alla nuca, e faticai a chiudere occhio. Mi sentii indifeso, perché quando siamo sotto i ferri torniamo tutti bambini. Lui dormì su una sediolina spigolosa e non mi lasciò la mano fino all’alba, neppure per andare in bagno. La sua era calda, e quando faticavo a prendere aria stringeva la mia. Con le luci del mattino sorridemmo insieme, il peggio era passato. Gli dissi torna a casa, ci sentiamo stasera, grazie per prenderti cura di me. Mi accarezzò i capelli e andò via. Andò a scoparsi un ragazzo con cui aveva chattato qualche volta. Lui non sapeva che io sapevo, e restai quattro giorni in ospedale a fissare il soffitto. Mi chiesi perché non lo lasciassi, perché accettavo le bugie, come sarei cambiato con quell’umiliazione, che cosa avrebbero detto gli amici se avessero saputo.
Andammo avanti così per molto. Di giorno eravamo come gli altri, normali. Facevamo gite, lunghe chiacchierate ai tavolini dei bar e anche sesso. In auto, sulla spiaggia, e quando veniva mi abbracciava forte e ripeteva ti amo, ma penso di non avergli mai creduto. O forse lui mi amava davvero e a non provare niente ero io. Di sera, poi, tornavo a casa mia e lui di nascosto faceva sesso con altri. Sempre diversi, irrilevanti, non aveva alcun piacere a conoscerli davvero. Tradirmi era il suo modo di dimostrare cose a se stesso. Non sapevo bene quali: la sua testa era una città fatiscente piena di faide, in cui l’autunno malinconico e la primavera raggiante lottavano, la politica era corrotta e accadeva di tutto. In passato aveva perso il lavoro e avuto un tumore, ormai accettava le ingiustizie senza ribellarsi. Apparteneva a quella generazione antiquata, di pancia, che ciò che sente fa, senza ragionarci sopra. Quanto a me, ammetto che una piccola parte della mia coscienza ne era sollevata, perché grazie alle sue scappatelle potevo oscillare tra la comodità della relazione e la vertigine inebriante della solitudine, senza dover prendere posizioni. I suoi tradimenti erano la mia uscita di sicurezza, nel caso ne avessi avuto bisogno.
Un giorno facemmo una passeggiata scalzi in collina, tra le ginestre. Lui mi osservò per qualche minuto, con quei suoi occhi resi rossi dalla vita trasandata che conduceva e dalle troppe sigarette, e disse «ma io, senza di te, che ci sto a fare?»
Sorrisi finché non volse lo sguardo all’orizzonte e dopo smisi, sentendomi terrorizzato, in trappola. Il senso di appartenenza era insopportabile, e quella stessa sera tornai a casa prima, per concedergli più tempo per il suo svago segreto. Mi sentivo un mostro, umiliato, geloso, provavo vergogna. Invidiavo le coppie ordinarie in cui la fedeltà non si mette in discussione e le rende migliori del legame a cui potevo aspirare. Perciò cos’è che volevo davvero? Stare con qualcuno o stare da solo? Perché per gli altri era semplice e per me era tanto complicato accettare la condivisione?
Col tempo capii che non è mai semplice per nessuno. Che si oscilla di continuo tra il desiderio d’indipendenza e di libertà e quello di riparo, di conforto, di un bell’appartamento in cui fingiamo di essere salvi dalle cattiverie del mondo, grazie all’unica persona che ha scelto solo noi. Che ci viene più facile essere amati che amare.
Libertà e solitudine sono emozioni opposte che generano conflitto e paura. La stessa paura che intravedo nelle donne che non divorziano, perché perdere l’abitudine di avere compagnia le manderebbe in pezzi, e il vuoto di una routine silenziosa si colmerebbe di visioni sull’invecchiare nell’abbandono. La stessa che intuisco negli uomini infelici che non trovano il coraggio di uscire dalla porta e cambiare il proprio destino, angosciati da come reagirebbero i genitori, i colleghi, i bambini piccoli.
L’amore è una necessità o ci inducono a cercarlo per sentirci completi? Quant’è difficile fare chiarezza.
Giovanni era imbranato, lasciava tracce in giro e sul suo volto, mentre gli chiedevo come fosse andata la serata con “gli amici”. La conseguenza di accettare il suo modo di amarmi fece germogliare in me il sospetto che non fossi abbastanza speciale da bastare a un uomo. Non ero abbastanza bello, porco, divertente, premuroso, esperto, simpatico ai suoi fratelli, cosa? Ma ormai era tardi. Cullavamo questo piccolo mostro d’amore. Intanto litigavamo sempre. Inventavo ragioni per farla finita e strapparmi alla vergogna di ciò a cui mi stavo adattando. Gridavo non mi piace che fumi e hai l’alito pesante, che lavori fino a tardi e devo aspettarti, che hai la pancia floscia e bevi troppo, che hai quei numerosi anni in più di me, che vai all’Estero e chissà quando torni. Lui urlava vaffanculo, sei viziato, sei nevrotico, mi fai impazzire, ma quando ti rilassi?, e alla fine pregava ripensaci, e io accettavo. Piangevo e scampavo alla terribile conseguenza di svegliarmi solo, come dopo l’operazione al naso. Cosa avrei dovuto fare? Dirgli stronzo, non mi ami? No, probabilmente lo faceva. Dirgli stronzo, vai con altri? Ma non avevo mosso un dito.
Un pomeriggio crollai e confessai. «Ho letto le tue chat, so che scopi in giro», dissi. Giovanni si morse forte un pugno, mi afferrò la testa, strinse la sua fronte alla mia e mormorò «ma tu, da me, che cazzo vuoi? T’ho dato tutto.»
Niente. Da lui non volevo niente. Anzi, nel mio mondo ideale Giovanni mi diceva “ti amo, ma stai tranquillo, non tantissimo, non ti sto strozzando, non ti limito, fai la tua vita, stare insieme è solo una delle tante cose che facciamo, puoi tenerti comunque quelle che già facevi prima per conto tuo, non vuol dire che staremo insieme per sempre, non aver paura di non essere più tuo”. Lo so, è ridicolo.
La verità che mi doleva ammettere era che i miei dilemmi mi stavano trasformando in una persona che non sa cosa vuole, e nel dubbio di sbagliare prova a vivere nel mezzo delle cose, delle responsabilità, delle scelte. Quel “nì”, che non è mai sì e non è mai no, e devasta la vita di chi ci ruota intorno. Perciò chi tra i due mentiva ero io. Giovanni mi tradiva perché, in cuor suo, e per quanti sforzi io facessi per nasconderlo, sentiva che non lo avevo mai scelto. In questo modo banalizzavo il suo affetto per me e mi tradiva per confermare che almeno una cosa la facesse bene e fosse una sua decisione: scopare.
A pensarci ora è quasi buffo. Pensare a quanto male ci siamo fatti portando avanti una relazione a quattro: io, lui, le mie paure che l’amore significasse manette, i suoi timori di non essere in grado di offrire altro se non il suo sesso.
Eravamo al capolinea e lo lasciai per l’ultima volta. Credo sia stato uno di quei rari casi in cui la patetica frase “ti lascio per il tuo bene” fosse valida.
Una settimana dopo mi svegliai stanco e triste nel mio letto. Sembrava che avessi fatto palestra e che l’acido lattico si fosse agitato. Ma non lo chiamai più.
Quando sei una persona confusa su ciò che vuole, la cosa brutta del chiudere una storia è il dubbio: da una parte ti assale il pensiero di aver fatto male, di dover rimediare, e quasi accarezzi l’idea di simulare un “ti amo, riproviamoci”; dall’altra si forma l’idea di essere sbagliati. Di non avere la forza per condividere ancora, con un altro, il bagaglio delle confidenze, dei gusti sul gelato, delle manie dell’ordine, del vai piano in autostrada, del non sopporto quando lasci l’ombrello a gocciolare sulla porta.
La cosa bella, invece, avviene superato il primo periodo. Capire che non esiste un solo tipo giusto, ma che ogni persona con cui decidiamo di percorrere un pezzo di strada della vita è la persona adatta per quel momento. E soprattutto, accettare che se non risolviamo i nostri dubbi, non ci guardiamo allo specchio e non siamo sinceri sulle nostre necessità, non potremo mai scoprire chi siamo, e diventare noi per primi la nostra persona giusta.

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