Posta del Cuore: “I gay cercano approvazione da chi li rifiuta?”

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“Ciao Pierpaolo,

qualche mese fa mi scrive in chat un ragazzo. È sabato sera, non ho fatto nulla, per cui decido di uscirci verso mezzanotte. Mi sono appena trasferito in una nuova città, per cui sono più orientato a scoprire novità che a stabilizzarmi con qualcuno. Lui è attraente, ma non c’è il colpo di fulmine. Arrivati da lui, lo bacio. Inizia a mettere le mani avanti dicendo “sono etero, è la mia prima volta con un uomo”, io me ne frego e facciamo quello che dobbiamo fare. Lui è eccitato dalla cosa, ma una volta finito lo vedo a disagio. Non riesce a toccarmi, nega di aver provato piacere e mi manda a casa. Io esco e mi sento una merda. Chissà che non sia quella cassa di risonanza del rifiuto etero nei confronti dei gay. In generale non ho problemi ad avere rapporti occasionali, purché ci sia una certa umanità e ci si piaccia anche come persone. Questo non è stato sicuramente il caso e archivio la cosa come una brutta esperienza. Il giorno dopo mi scrive scusandosi, io lo liquido e non ci risentiamo per un bel pezzo.
Flashforward a sei mesi dopo: si fa vivo e mi chiede di uscire. Mi dice che era stato una testa di cazzo e si vuole far perdonare offrendomi da bere. Ok, mi dico, sono in un periodo di magra per cui perché non mi godo il rapporto sessuale per quello che è?
Usciamo e mi fa domande su come io stia vivendo la mia omosessualità, e gli parlo dei miei problemi, come farei con chiunque. Inizio a sentirmi giudicato. Parla di “strani gruppi gay” e “gente problematica”. Mi dice “sembri una persona irrisolta, persa”, “si vede che sei gay” e che sta uscendo con uno che è molto mascolino, che non si vede per niente.
Reagisco a questa marea di cagate e gli rispondo che ha una mentalità ristretta e omofoba. Lui è più grande quindi si mette nella posizione di darmi consigli. Gli dico che è problematico che si senta autorizzato a farlo, perché non sa cosa ho passato. Crescere gay in Italia non è facile, fare coming out con i genitori non è facile, ricevere costantemente rifiuti dalla società non è facile. Ma passare attraverso tutte queste cose alla fine ti plasma e fa sì che uno non cada ai piedi del primo stronzo.
Mi dice di essere bisessuale, adesso, ma che non gli piacciono le etichette.
Dopo un paio di birre decido di seguirlo a casa sua, per quanto sia tentato di lasciarlo là. Arrivati a casa facciamo sesso e stavolta si comporta in modo decente, per cui gli dico che potremmo rifarlo. Lui mi risponde ok, purché io non diventi attached (perché io, nella sua testa, sono la donna che può diventare emotivamente dipendente. Lui no. Fanculo.)
Tornando a casa ho pensato a quante persone possano soffrire nel cercare accondiscendenza da questo “etero”, e mi sono sentito proprio così. Che il sesso non sia forse stata una richiesta di conferme? Che stia cercando nel posto sbagliato? Posso veramente andare con qualcuno pensando “ma sì, godiamoci il corpo di questo imbecille” quando poi la realtà è che l’attrazione fisica implica di per sé una richiesta di attenzioni?
Mi sento in colpa per aver reiterato un comportamento che già dalla prima volta mi aveva fatto soffrire, e onestamente potrei continuare a darmi mille scuse per rifarlo, in qualsiasi momento lui volesse. Quindi forse quello che ti sto chiedendo è di dirmi basta.

Anonimo.”

Caro Anonimo,

chi come noi subisce un percorso doloroso fatto, innanzitutto, di paragoni costanti e di una sistematica sensazione di appartenere a una categoria inferiore, presto o tardi scopre di non poter fare a meno di guardare le relazioni umane con un moto di riscatto. Cresciamo e diventiamo adulti, pensiamo di aver superato con orgoglio certe mentalità chiuse, di essere andati oltre, di non patire più il confronto, eppure non è così. In modo silente ma pericoloso, ci invade l’obiettivo di convincere gli altri, la società, di essere all’altezza. Che sia un genitore ostile alle nostre inclinazioni o una persona amata che ci rifiuta, cerchiamo approvazione dal prossimo. E naturalmente non la cerchiamo da chi ce la dà, da chi ci vuole bene, da chi ci conferma che siamo in gamba, belli, dolci o divertenti. No, chi ci dà conferme non sarà mai in grado di alleviarci dalla sensazione di inferiorità. Noi pretendiamo conferme proprio da chi ce le nega, per rinfrescare ogni volta quel rancore che abbiamo dentro, con cui c’è un conto in sospeso dall’infanzia, e che vorremmo estinguere per sempre. Vorremmo “uccidere” metaforicamente la nostra etichetta di “inferiore”, conquistando chi ci rifiuta.
Insomma, finiamo nella trappola del “vincere a tutti i costi per poter dire che siamo all’altezza di vivere”. Ma sono convinto di una cosa: quel rancore non morirà mai. Perché non va ucciso, ma va ignorato come un bimbo che fa i capricci.
Perché questa è una dinamica nociva? Perché, proprio come il sentimento della depressione, ci impedisce di vedere il bello della vita, delle gratificazioni e dei momenti. Ci trasformiamo in individui tristi, scoraggiati, insoddisfatti, incapaci di provare gioia e appagamento. Cercare approvazione in maniera bulimica colma di buio i nostri occhi e disattiva la nostra sensibilità nei confronti di ciò che può dare benessere. Diventiamo, dunque, ciechi, anestetizzati, insensibili all’amore e all’affetto, e concentrati unicamente sulle situazioni che invece non danno amore e affetto. È come essere abituati a vedere il bicchiere mezzo vuoto, ma chi ne paga le conseguenze a lungo termine siamo solo noi.
È per questo che chi ha sofferto, spesso, non riesce a trovare pace. Vaga come un guerriero stanco e smarrito, alla ricerca di vendetta, di riscatto per quel dolore antico e mai risanato, mentre le persone intorno lavorano, si sposano, sembrano aver trovato un posto nel mondo. Questo può riguardare i “gay”, i “brutti”, i “grassi”, i “poco simpatici”, i “mollati dal proprio partner”, tutte le categorie illusorie che hanno provato la sensazione di scarto e isolamento.
Spesso la gente crede di dover capire qualcosa, per poter guarire. Di dover aspettare l’illuminazione, di fare quel famoso click per poter cambiare. Ma il cambiamento non è legato all’emotività o al carattere. Io credo che sia tutto legato all’abitudine. Questi comportamenti, caro Anonimo, sono cattive abitudini, legate alla famiglia, alla cultura, alla tradizione dei rapporti a cui siamo assuefatti. Perciò, come se improvvisamente si partisse per l’anno militare, bisogna rimboccarsi le maniche, allenarsi, soffrire un po’ e ricostruire il proprio modo di gestire le relazioni amorose, anche quelle puramente sessuali. Attraverso il sesso comunichiamo e doniamo, perciò ripeterci “è solo sesso” non diminuisce il rischio di farsi del male.
Fermati ed esci dal circolo vizioso che non ti darà mai approvazione. Invece di struggerti per indecisi, bisex irrisolti e chissà che altro, cerca di allenarti a uscire e a fare sesso con quella parte (la più numerosa, che scansi con abilità) di omosessuali e di persone che non ha problemi, non ha frustrazioni, non ti pone in esame. Probabilmente all’inizio ti sembrerà insipido, so come ci si sente. Uscire con chi ti desidera? Che banalità! Ma è così che funziona per essere felici. La strada più facile è proprio quella da seguire. Educarsi al bene, al buono, al sano, è l’unico modo per non essere più crudelmente attratti dal marcio e da chi ci mette in discussione.
Un abbraccio.

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