Lettera al mio amato

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Caro Massimo,

sai che non provo simpatia per i sentimentalismi, a causa di una famiglia che mi ha mostrato le tante forme del distacco al posto del Natale tutti insieme. A casa mia, i gesti d’affetto seguivano in genere episodi di rancore e violenza verbale, ed erano uno strumento vigliacco per mettere la pezza, per tirare avanti e non rimuginare sullo sbaglio che forse si fece sull’altare. Prima trattavi male una persona, poi la portavi a cena fuori, e da me molte famiglie funzionano ancora così. Pensa, quando da bambino gioivo troppo, papà mi urlava contro di farla finita, senza motivo, con due occhi rossi da mostro, e me ne andavo mortificato in camera mia. Lo seccava l’ilarità, il rumore di chi non era infelice quanto lui. Allora credo di aver associato presto le due cose, la bellezza di un sorriso schietto all’aspettativa di una delusione.
L’ultimo ragazzo per cui provai un amore buttato a capofitto, senza guardare dove andasse a sbattere, mi ferì molto. Si presentò al mio compleanno in ritardo, per poche ore e con un fiore. Era un girasole, il mio preferito. Lo aveva raccolto in un campo, strappato troppo forte, era sceso di corsa dall’auto. Lo trovai così, dai petali sciupati e sfilacciato, sul sedile posteriore. E ricordo perfettamente le mie aspettative innamorate che scemavano sul mio sorriso quasi morto. Non so se il mio affetto valesse questo e basta, un fiore raccolto di fretta, ma io avevo chiuso con le aspettative. Con l’amore. Con l’amicizia. Con la speranza. Con chiunque potesse farmi del male. Avrei gestito la solitudine a modo mio. L’avrei resa un salotto ordinato, coi cuscini dello stesso colore e neanche un filo di polvere sui quadri. Nessuno ci avrebbe messo piede.
Perciò mi è così difficile, oggi, essere spontaneo, lasciarmi andare o almeno concedere agli eventi la possibilità di scegliere data e ora in cui manifestarsi. Ho preferito anticiparli, mi veniva più comodo. Certo, gli impedivo di travolgermi come gli uragani fanno con i trent’anni di mutuo a un povero agricoltore, ma impedivo anche a me stesso di apprezzare le note positive, di godere di vittorie personali, di regali, di una cena fuori. Ho azzerato le emozioni, spiacevoli e belle, e ho affilato invece la perizia nello scovare le imperfezioni.
Lo hai capito bene quando per il contratto di Rizzoli festeggiai per mezza giornata, per poi ritornare nella mia grotta piena di rigore. Pensavo “il romanzo gli farà schifo e ci ripenseranno”, “le vendite andranno male e si pentiranno di avermi scelto”.
Hai detto che si tratta di controllo. Il controllo efferato sugli eventi, per imporre loro la mia volontà.
Mi piacerebbe esserlo, comunque. Intendo una di quelle persone che bacia in ascensore o aspetta San Valentino per gridare “sorpresa!”. Che fanno dell’impulsività un valore aggiunto. Invece ti ricordo l’orario dell’antibiotico o ti faccio posare la CocaCola perché ne hai bevuta troppa. Ti riprendo se fai cadere il sugo. Dormo nella mia stanza perché russi. Pretendo ore di solitudine chiuso nella mia, che sarebbe allarmante per chiunque. E tutto questo mi rende algido e maniacale. La brutta copia di mia madre, nel tentativo proprio di non assomigliare a lei.
Però diamo sempre la colpa ai genitori, e diventa puerile quando incontri qualcuno che ha sofferto più di te, circa il doppio, ma è rimasto saldo all’obiettivo di essere felice. E sei tu, Max, il mio contrario. Il destino ti ha messo un cappuccio in testa e ti ha tirato scherzi di cui non conoscerò mai le lacrime. Hai abbracciato il lutto, patito l’abbandono, visto la strada di casa cancellata, e sei ancora qui, a camminare nel mondo in cerca di qualcuno a cui donare tutto il bene che non ti hanno dato, ma che già avevi dalla nascita. Non te ne importa niente dei rischi e dimentichi il passato in un attimo, in cambio di una carezza.
Conoscerti è stato difficile, perché svelavi facilmente ogni mia pecca. Con il doppio dei miei anni facevi luce su ciò che non sapevo fare, sui miei clamorosi rinvii e sulle mie paure. Ti ho invidiato, anche odiato, e al tuo fianco mi sono sentito un ripetente con la barba in una classe che studia la tabellina del nove.
Ero abituato a sognarlo solo, l’amore, perché è più facile quando è nella tua testa che quando ti appare davanti, reale e interrogativo. È un esame complicato, come i tanti che pone il vivere in mezzo alla gente e il cercare il proprio posto nel sistema, e io ero così stanco di superare prove per cui non ero all’altezza che ho sperato te ne andassi. Stare con te significava migliorare, cambiare, e quand’è che è abbastanza? Quand’è che una persona può sedersi, spossata, e tirare un sospiro di sollievo, sapendo che le volte in cui cambiare sono finite e può accettare di essere finalmente ciò che è?
Sei stato buono, con me, e io ce l’ho messa tutta per allontanarti. Ti ho accusato, insultato, dannato. Fatto sentire di troppo e precario. Sono scappato e tornato, e tu eri là ad aspettare. Ho dettato regole innaturali e tu le hai accettate. Insomma, sono stato un pessimo fidanzato. Ma credo che volessi semplicemente risparmiare a te, e a quelli prima di te, la frustrazione dello starmi vicino. Quella sgradevole sensazione di scalare una montagna di cui non si scorge mai la cima, su cui mi arrampico da troppo.
A volte il dolore rende esigenti d’affetto e altre, invece, ti convince a restare solo col tuo dolcissimo male. Che sembra quasi un figlio, devi badarci, coccolarlo, le cose da genitore.
Questa lettera è per chiederti scusa e dirti grazie. Sei il mio consigliere, il mio amico, il mio amante, il mio porto sicuro e il mio parco giochi. Hai superato imprese, ti sei rialzato ogni volta, ti sei preso cura di chi non meritava. Sei l’uomo più gentile e forte che abbia mai conosciuto, anche se ti senti fragile e sperso. Forse abbiamo legato le nostre paure prima di legare i nostri cuori, è per questo che duelliamo sempre su chi ha ragione. Ma tanto vinci tu, insegnandomi che l’unica cosa che conta è restare insieme. E l’ho capito, ormai, che è importante unirsi e non slegarsi. Coltivare i rapporti. Uscire e dialogare con la gente, per ascoltare davvero. Smetterla di essere troppo certi delle proprie credenze, fondate sui ricordi di genitori che strillano.
So di poter dichiarare che poche coppie hanno condiviso tante esperienze come abbiamo fatto noi, e che nonostante tutto siamo felici e lo saremo. Qualunque cosa succeda. Perfino divisi. Mio grande amore.
Con l’affetto che posso,

Tuo Paolo.

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5 thoughts on “Lettera al mio amato

  1. Caro Pierpaolo,
    mi chiamo L, per questa occasione, non per proteggere la mia identità ma per proteggere quella di altri nelle righe che seguono.

    Ti scrivo perché la tua missiva al tuo amato ha toccato anche me come molti altri.
    Sono mesi che ti seguo, sono mesi che mi rivedo in te, non il te attuale ma quello che racconti essere stato nel passato. Ho 24 anni, ho avuto, un po’ come tutti, un coming out travagliato e quello che sento più mancarmi è una figura con più esperienza della mia a cui guardare e da cui prendere spunto in quella che è la terra incognita del mondo gay, non nasconderò che più volte alcune tue parole hanno sopperito a questa mancanza e per questo ti ringrazio.

    Oggi è successo qualcosa che mi spinge a scriverti, oggi le tue parole hanno messo in ordine la mia mente ed hanno descritto ancora una volta un te passato che è un me presente.

    Ti sei pentito d’aver gestito la solitudine a modo tuo? Di aver sistemato quel salotto in maniera impeccabile, uno spazio dove niente avrebbe potuto farti stare male e forse nemmeno renderti felice?

    Te lo chiedo perché io quel salotto lo sto arredando, ho in mano il catalogo IKEA 2017 e scelgo i “buoni propositi” che arrederanno la mia stanza. Quattro mesi fa, ormai cinque, è finita LA storia. So che per un ventiquattrenne qualcuno reputa questa affermazione assurda, eppure mi sono bastati due anni con quella persona per convincermi che è lei quella con cui volevo costruire il mio futuro. Il porto che credevo sicuro e nascondeva scogli affilati, la persona per cui dopo aver trovato la forza di fare coming out, che mi è costato caro, ho continuato a sopprimere la mia personalità perché lui non era pronto ad affrontare il mondo. La stessa che è entrata al 100% nella mia vita e di cui io ho conosciuto solo quattro amici in quei due anni. La premessa, credimi breve in confronto a quanto vomiterei su questa tastiera ora che ho trovato il coraggio, è per farti capire chi era per me e chi ero io per me, il fantasma di me stesso.
    Sono stato male, sto ancora male. Sono partito, ho ritrovato fiducia in me stesso, i miei amici mi hanno sostenuto seppur non comprendendo come mai soffrissi tanto ad aver perso una persona così sbagliata per me. Questo Natale, dopo un mese di corteggiamenti ho abbassato di pochissimo la guardia con un ragazzo che dichiarava mari e monti per me e, come nelle più banali storie, a capodanno è andato con un altro sperando di farmela sotto al naso. La cosa che mi fa più paura è che dopo l’impatto istantaneo non ho sentito nulla, niente. Da quel momento ho semplicemente iniziato a sfogliare il catalogo per il mio salotto, era da un po’ che ci pensavo e mi è parso che l’idea fosse valida.

    Sono una persona che corre, nonostante mi goda i momenti, sarà perché ho paura di sprecare il tempo a mia disposizione. Dicono che il tempo aiuterà, ma fa così tanto male che non so se lo farà realmente, del resto la solitudine è più sicura. Anzi, permettimi di correggermi, lo so che aiuterà ma sti cazzi, volevo sentirmi bene subito, dopo due anni sopprimendo me stesso per qualcuno che mi ha detto che ormai sono solo un ricordo e per cui sono stato il trampolino di lancio visto che ora è out and proud, correndo per le discoteche gay d’italia a gioire.

    Insomma, perdona questi rantoli e questo vaneggiare assurdo. Tra l’altro non sono molto bravo a gestire il mio flusso di pensieri mentre scrivo così carico emotivamente. Egoisticamente mi è servito far finta di poterti parlare.

    Grazie, se avrai il tempo e l’occasione di rispondermi, grazie lo stesso per le parole che scrivi e che aiutano me come tanti a mettere in ordine le proprie emozioni.

    Un tuo “piccolo” fan, che ti guarda camminare come esempio mano nella mano con il tuo amato.

    L.

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    1. Caro L., purtroppo amare o essere amati non è mai una promessa, non è un contratto. Bisogna accettare l’amore per quello che è, un sentimento per cui essere grati, ma che può svanire dopo un anno o durare per sempre. Essere convinti che l’amore, o il fatto di amare, debba legittimare l’eternità delle emozioni e una sicurezza a cui aggrapparsi per non dover più avere paura di restare soli, è un atto puramente egoistico. Vagare alla ricerca di un’ancora umana è deleterio, e si rischia di coltivare una perenne delusione nei confronti del mondo, da cui, senza rendertene conto, pretendi soltanto. Pretendi che ti guarisca, quando invece siamo noi a doverci rendere disponibili per gli altri. Dobbiamo fare la nostra parte.
      Lascia stare chi parla tanto di futuro ai primi appuntamenti. Quel che conta è stare bene, non vivere di certezze e false illusioni. Amare è facile, tutto sommato. Il difficile è stare insieme.
      Ti auguro ogni bene, ma soprattutto di non correre rispetto alla velocità con cui vanno le persone che ti ruotano intorno.
      Un bacio grande.

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  2. Ciao Pierpaolo, sono Davide (Davidone)
    Secondo me sotto quell’armatura sei una persona dolce e fantastica,,
    e Max con gli occhi di chi è innamorato davvero ha saputo vederlo, per questo ti sta accanto, l’amore è il più nobile e puro dei sentimenti, apprezzalo e lasciati andare, è bello sapere di avere qualcuno che cosi quel che costi ci prenderà al volo.
    P.S. sei riuscito ancora a farmi piangere, sei un caro ragazzo, un grosso abbraccio

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