Quando tua madre accetta che sei gay

Vagamente gay. Quando tua madre accetta che sei gay

Ieri è successa una cosa.
Io e mamma non abbiamo mai avuto un rapporto sereno. Quando sei gay, o ti va bene o ti va male, con quei due che ti hanno scelto il nome. A me è andata così così. Non era la modalità ideale, ma neanche mi avevano mai buttato fuori casa, impedito di essere ciò che sono oppure ostacolato. Avevamo edificato quel tipo di rapporto meridionale in cui nessuno sa gestire una situazione perché a tutti mancano gli strumenti umani, quegli utensili che sono accoglienza e amore indiscusso, e così abbiamo istituito la regola del silenzio. Io non parlavo del fatto che mi piacessero i maschi e loro, in cambio, non chiedevano con chi uscissi, chi era quel ragazzo in auto, a che ora fossi rientrato. Una volta, verso i vent’anni, provai a fingere di essere un figlio normale e accennai il mio fidanzato dell’epoca. Papà, come da copione, s’irrigidì e poi, in disparte, scuotendo le mani come per liberarsi di un tormento, ordinò a mia madre di comunicarmi che l’argomento dovevo tenermelo per me. “Può fare ciò che vuole, ma non voglio sapere nulla”. E a me andava bene, perché di nuovo pensai ok, poteva andarmi peggio. Può sempre andare peggio. Ma ci fu un prezzo da pagare per tutti: lentamente, un silenzio dopo l’altro, uscii dalle loro vite e mi tramutai in un’idea, in un’immagine verbale che non si produceva in materia concreta. Quel figlio che scrive, quel figlio che torna a casa ogni tanto, quel figlio che cena da solo, quel figlio che sta a Milano, quel figlio che sorride e passa avanti quando lo si presenta agli amici di famiglia, quel figlio che è tutto un mistero, quel figlio che riuniti a cena finisce in un angolo di tavola a giocare col cellulare, perché non ha niente di cui parlare.
Si sa, nelle case del Sud è quasi una tradizione che le persone si sentano in colpa per questo e per quello. Che si sacrifichino in virtù di un volere più alto, che si pieghino alla famiglia e quasi aspettino la sua morte metaforica per poter fare, un giorno, ciò che davvero sognano e sentono. Chi vorrebbe diventare professore e invece resta nell’azienda di famiglia perché povero papà, da solo non ce la può fare. Chi vorrebbe trasferirsi ma povera nonna, ha bisogno di assistenza. Chi vorrebbe sposarsi ma non è il momento perché povero fratello, è pieno di debiti, aiutiamo prima lui. E così passi la vita a tenerla in pausa per un futuro che non ha mai la tua etichetta sopra. A essere combattuto tra la necessità di abbracciare finalmente i tuoi diritti e la conseguente possibilità di ferire chi ami.
Anche per me è stato uguale. Da un giorno all’altro mi sono ritrovato col sacrificio in mano, perché succede ogni volta così, che ti svegli una mattina e stai già con i piedi nel guaio, non sai come ribellarti, ti pare brutto e lo subisci. Ho fatto per anni qualcosa che odiavo perché le facce pietose di mamma e papà mi facevano sentire in colpa. In debito. Ma poi basta. Mi sono detto no, che non l’ho chiesto io di essere nato, che nessuno mi ha domandato il permesso di mettermi al mondo. Mi hanno fatto nascere, mi hanno buttato nella mischia e da quel giorno, loro due, hanno acquisito il sacrosanto dovere di rendermi felice. E questo riguardava anche il compito di fare i genitori, non soltanto esserlo perché ho i loro geni e un cognome di cui me ne sbatto. Fare i genitori. Parlarmi. Preoccuparsi.
Se un genitore non si preoccupa, il figlio comincia a credere che non ne valga la pena. E non l’hanno fatto, non si sono preoccupati.
Ho amato, ho scopato, ho mentito, ho taciuto, ho esplorato, ho sbagliato, ho gioito, ho pianto, ho provato vergogna, e loro non hanno mai partecipato alla mia vita.
Così, l’altro giorno, nel pieno della mia prima vacanza estiva da uaglione del Sud che ora ha un lavoro vero, sono rientrato un attimo in casa a prendere delle mutande pulite, da portarmi nell’alloggio in cui sto col mio attuale compagno. Nello stesso paese in cui sono nato, perché lo amo, a pochi passi da casa, eppure come un turista. Allora, col solito pizzico del senso di colpa, ho detto a mamma che tra una settimana sarei tornato a Milano e che, se avesse voluto, io e lei avremmo potuto farci una pizza insieme, una sera, prima di partire. Lei, con l’ingratitudine dei genitori che pretendono e non fanno la conta di ciò che cedono, mi ha risposto che non servono i contentini. Che non passo mai del tempo con lei. Che ormai vengo e vado, come il vento.
E sapete una cosa? Mi sono rotto il cazzo. Ma in maniera buona, pacata, salutare. Ho detto mamma, vivo con un uomo dall’altra parte dell’Italia e papà ancora finge che “sto da amici”. A Chiara chiedete come vanno le cose e voi con me tenete chiusa la bocca per paura delle risposte. Non avete idea di chi io sia e oggi sei qua, per l’ennesima occasione di non fare la tua parte di genitore ma di scagliare ramanzine, e sai che c’è?, non me ne frega più niente se non posso urlare a tavola che nei miei romanzi ci sono personaggi omosessuali, se non posso gridare che preparo le patate al forno per l’unico uomo che si è preso cura di me ma che tu e papà non volete conoscere, se non posso pretendere il mio diritto di essere uguale agli altri. Però, sapete che c’è?, non rompete il cazzo se non farò più la parte del figlio. Saluti e baci.
Forse dovevo sfogarmi prima, non lo so. Forse dovevo chiudere il sipario sul ruolo che ci impongono le famiglie del Sud e inaugurare il mio, quello personale. Forse anche mamma, inconsciamente, stava aspettando di avvicinarsi alla seria paura di perdermi per sempre. Perché ieri mattina, mentre io e Max facevamo colazione ai tavolini di un bar, la sua auto di si è parcheggiata all’improvviso lì davanti e lei è scesa col suo sorriso migliore, ci è venuta incontro con la semplicità di chi ha lasciato le fobie inutili a casa, e ha allungato la mano dicendo “sono Elisa, la mamma di Paolo.”
È stato bello, è stato facile, è stato giusto. Adesso posso finalmente dire “grazie mamma”.

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