Chi si lamenta sempre non ha mai sofferto per davvero

Vagamente riflessivo. Ogni sorriso negato è un'ingratitutidine

Stamattina ero in auto, guidava Max e io osservavo la strada, assonnato. A un certo punto abbiamo visto una fila di anziani e immigrati sul marciapiedi, dalle facce sciupate, che confluiva in una porta di metallo rossa. Ho capito solo dopo che lì consegnavano il pane agli indigenti e allora ho pensato alla povertà, quella vera, quella che ti toglie perfino il cibo per collezionare un altro giorno di sopravvivenza.
Sono sempre stato una persona lagnosa e poco lucida nel dare il giusto peso ai problemi, ritenendo i miei sempre più grossi e ingiusti di quelli degli altri. Una sorta di “non me lo merito” costante, e un inconscio “gli altri non possono capire ciò che passo”. Un mix che può rendere rancorosi e ripetitivi, che invoglia le persone a evitarti.
Questa pagina, negli ultimi mesi, mi ha cambiato a poco a poco, dandomi schiaffi quotidiani e accompagnandomi giù dal mio piedistallo melodrammatico. Grazie alle persone che mi scrivono ogni giorno, persone che mostrano tenacia e coraggio là dove non credo riuscirei, ho ridimensionato la fortuna che oggi posso dire di avere. Certo, ho sofferto, e la mia percezione del dolore mi fa credere che io lo abbia fatto in una misura insopportabile. Sono stato picchiato dai bulli da ragazzino. Mio padre è stato assente e mi ha costretto a domandarmi perché non meritassi il suo affetto. Mia madre mi ha inflitto la paura di commettere sbagli a causa della sua ansia. Ho vissuto emarginato fino a pochi anni fa, non ho mai avuto un vero amico, ho dovuto nascondere i miei amori omosessuali, e alcuni si sono rivelati quasi criminali. Mi hanno perseguitato la tonsillite, il varicocele, il setto nasale da operare e una fastidiosa lussazione della mascella, e mi dicevo non ne posso più, che vita è? Ma non capivo che era una bellissima vita, se solo fossi riuscito a guardarla dal di fuori, con gli occhi di uno di quei poveri, magari. Una vita augurabile per molti. Avevo dei vestiti, un piatto da mangiare, la Play Station, due genitori ancora uniti e una sorella premurosa, e degli sconosciuti che il destino mi inviava nelle situazioni difficili, che qualche volta mi hanno dato ospitalità e altre dei soldi per cavarmela, e oggi li reputo degli angeli. Ma soprattutto non ho mai subito circostanze irreparabile, dei punti di non ritorno in cui la disperazione ti avvolge perché, concretamente, non esistono soluzioni.
Sono stato molto fortunato, insomma, e con un po’ di impegno ho finalmente reso fiera questa fortuna che mi accompagnava dalla nascita, diventando uno scrittore e trovandomi un mio posto nel mondo.
È per questo che voglio rivolgermi a chi ancora si lamenta della propria sorte, definendola disgraziata. Ai single cronici che fanno naufragare ogni relazione per noia, bulimia di emozioni forti, ossessione per gli sposati o infantile ricerca di persone già sbagliatissime in partenza, e che alla fine piangono dando la colpa al caso o a quelle stesse persone sbagliate che non hanno fatto nulla di diverso dal prevedibile; a chi aspetta che i cambiamenti arrivino portati dal vento, da Dio o da eventi sensazionali che facciano scattare quel “click” emotivo, che poi esorta a mettere la quinta nella vita e un po’ di passione; a chi pretende di trovare un lavoro sotto casa o nel quartiere accanto, un lavoro tramite bacheche virtuali o inviando email apatiche, un lavoro che debba corrispondere perfettamente alle proprie esigenze o già dal principio alla continuità della propria laurea, un lavoro senza avere competenze o maturato lo studio necessario, e se non è così incolpa lo stato, il sistema, e si butta su un divano a poltrire grugnendo che “non c’è niente, ho già provato”, ed egoisticamente finisce col diventare un peso per i genitori; a chi adora mangiare e invece di godersi i piaceri del cibo decide di imprigionarsi in casa, di non andare al mare per non mostrarsi in costume, di crogiolarsi nella depressione, di nascondere la pancia coi maglioni, di negarsi al sole e alle feste, e nonostante non si piaccia davanti allo specchio, non coglie mai l’idea di migliorarsi, di sorridersi, di segnarsi in palestra, fare sport, mettersi a dieta, celebrare il dono della vita, ma trova più comodo definirsi brutto, senza speranze di trovare l’amore, e chiuderla lì, come se non dipendesse da lui; a chi ritiene di aver fatto troppo per gli altri, di essere stato dimenticato dagli amici o non aver ricevuto abbastanza attenzioni, a chi conta i favori che riceve in base a quelli che concede, ma non si domanda mai se merita davvero di riscuotere quel bene che esige o forse è solo viziato, egocentrico, cieco; a chi spende ciò che guadagna e s’infuria di non poter poi regalarsi una vacanza, a chi non alza mai il telefono per chiamare la madre e alla fine punta il dito contro il figlio a cui danno più attenzioni, a chi difende a spada tratta il proprio carattere e poi si sorprende di ripetere gli stessi sbagli.
A chiunque dia le proprie comodità per scontate, a chiunque sia ingrato nei confronti dell’esistenza e dell’esserci, qui, in salute e in piedi.
Là fuori c’è gente a cui la vita ha tolto davvero ogni cosa, con cui ha giocato sporco, su cui si è abbattuta con veemenza e l’intento neanche molto velato di renderla infelice. Gente che è stata scelta, a caso, per subire le torture della malasorte. Gente che ha perso i genitori in un incidente d’auto a nove anni, che ha visto un fratello morire per droga. Gente pestata da un marito, ingannata da una moglie, derubata da un figlio. Gente che nasce senza vista e non ha idea di cosa siano i colori e le bellezze di una città o di una montagna. Gente che non ha le gambe per passeggiare al parco. Gente che convive con mali incurabili e sa che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo o non rivedere l’alba. Gente che mette al mondo bambini con malattie rare per cui la scienza non ha soldi da investire. Gente che mette a tacere l’umiliazione e di nascosto rovista nella spazzatura dei vicini per gli avanzi, che viene sfrattata dalla casa in cui è nata a causa dei debiti, che oggi è in centro a chiedere l’elemosina perché ha perso il lavoro, che non sa come dare da mangiare alla famiglia o pagare le bollette del riscaldamento in pieno inverno. Gente che sorride, cazzo. Sorride con la voglia prorompente di farlo mentre noi ci neghiamo, perché lo diamo per scontato, sappiamo di avere il lusso di sorridere quando ne avremo voglia, un’altra volta. Ma la vita vera è ora. Non nel tempo distorto dei nostri vorrei, dei nostri mi aspettavo questo o quello.
Desideriamo tutto e desideriamo il meglio, ma dovremmo frenare, fare un passo indietro, prenderci per le spalle, scuoterci forte e urlare “cazzo, ma cosa c’è che non va? Renditi conto di quanto sei fortunato e gioisci”. Apprezzare ciò che abbiamo, anche se sembra un’idea infantile o leziosa. Apprezzare il compagno che ci è accanto e ricordarci di dargli un bacio sulla guancia, o lo stipendio che ci tutela. Abbiamo una sola opportunità di passare per questo mondo, e non dovremmo sprecarla a essere tristi senza alcun motivo.

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