Il razzismo: una malattia che non ci spaventa

Vagamente riflessivo - Razzismo

Emmanuel Chidi Namdi e la compagna Chinyery fuggono dalla Nigeria, scampando alla morte. Lì, un attacco di Boo Haram, organizzazione terroristica, aveva sterminato la loro famiglia. Durante il viaggio nella speranza di un futuro migliore, o forse solo della ricerca disperata di qualche giorno in più a questo mondo, Chinyery subisce un aborto, e in Libia lei e il compagno vengono aggrediti da malviventi locali e picchiati.
A settembre riescono comunque a raggiungere il seminario vescovile di Fermo, che li ospita.
Il 5 luglio, sempre a Fermo, il destino decide che non è abbastanza per i due che hanno perso tutto fuorché la voglia di vivere. Non sono ancora chiare le circostanze, ma Amedeo Mancini entra in collisione con la coppia quando urla “scimmia africana” alla donna. È un 39enne del posto, titolare di un’azienda zootecnica e ultrà. Qualcuno accusa sia un esponente di estrema destra, di CasaPound, lui assicura di essere apolitico. Quel che è certo è che era già noto alle forze dell’ordine per episodi di violenza sugli spalti che gli sono costati un Daspo di quattro anni.
Le dinamiche del dramma sono da accertare, su chi ha sradicato un palo della segnaletica. Mancini mostra ematomi e ferite, Chinyery pure. Il primo dichiara la legittima difesa, la seconda accusa un’aggressione gratuita a sfondo razzista. Saranno le indagini a far luce.
Abbiamo un uomo che insulta una donna per il colore della pelle. Un marito nigeriano che la difende come avrebbe fatto qualunque italiano, e chi lo nega è un ipocrita. E infine un morto, un incarcerato, una vedova rimasta completamente sola.
Abbiamo la violenza. Pura, semplice, puerile, disgustosa e ingiusta. La violenza che ci contraddistingue dai tempi dei re e degli schiavi, dei fascisti e degli ebrei. Abbiamo la voglia di prevalere sul prossimo. Abbiamo la vita che ammazza un’altra vita perché boh, non si sa. Per tante colpe, che nessuno si assume.
C’è il razzismo di una società che si dichiara stanca dell’“invasione”, che purtroppo non solo è il mondo stesso a provocare con le sue guerre e le sue dinamiche di sfruttamento economico, ma che fa parte di ogni era, fa parte di una società di ricchi e di poveri. Solo che noi italiani non siamo più bravi a prendercela con chi ci strozza con le tasse e infiamma le nostre frustrazioni. No, accusare chi governa ci fa sentire impotenti, e a noi italiani non piace sentirci impotenti. Siamo i guerrieri del calcio e i padroni delle nostre terre, dopotutto. Dobbiamo prendercela con gli immigrati, perché è più facile; c’è poi il populismo dei politici, complici del livore che i cittadini coltivano quotidianamente, tra strade dissestate, sanità scadente, bollette folli, delinquenza. Per nascondere la propria noncuranza, i politici dirottano l’attenzione sui disgraziati che fuggono dalle bombe e dalla fame, e di cui qualcuno si approfitta per un tornaconto economico, che siano la mafia o le associazioni d’accoglienza, chi lo sa. Non si sa mai niente, in questa Italia.
Sappiamo però che loro muoiono, mentre noi non abbiamo lavoro. Due cose che non c’entrano niente, ma noi vogliamo farle combaciare con delle malate convinzioni: loro muoiono perché vengono qui, non stanno a casa loro, e noi non abbiamo lavoro perché ci stanno usurpando, ci fottono i soldi, ci rubano in casa, ci stuprano le donne.
Qualche anno fa un’amica del mio paese al Sud, volontaria in Africa per la parrocchia, mi chiese se volessi dare ripetizioni d’italiano a dei ragazzi immigrati. Decisi di provare, di fare un’esperienza, di capire. Io avevo scelta, loro no.
Stavamo a delle tavole tonde, conoscevano poche parole, nonostante sapessero parlare correttamente francese e inglese. Erano giovani, dai venti ai trenta, ma le loro facce erano già indurite dagli orrori e dai viaggi. Harpret, me lo ricordo ancora. Un dolcissimo indiano che aveva salutato la famiglia nel paese d’origine e che alle quattro del mattino lavorava a nero nelle nostre masserie. Staccava nel pomeriggio, distrutto, e di sera era troppo stanco per uscire o trovare una compagna, e in ogni caso chi l’avrebbe mai avvicinato? Mi vergognai nel pensare che puzzavano, prima di provare tristezza perché non potevano lavarsi. Alcuni vivevano ammassati in qualche piccola stanza affittata, altri nelle case abbandonate, altri ancora nelle pinete, d’estate. Qualcuno mi raccontava di come un certo autobus li riversasse tutti sulle spiagge, agli inizi di giugno, per vendere come ambulanti teli e ninnoli, per poi rastrellarli come animali alla fine della bella stagione. Allora pensavo che nonostante gli insegnamenti d’italiano, forse nessuno di loro avrebbe avuto un destino migliore. Solo perché nati dalla parte sbagliata del mondo.
Il razzismo è la convinzione di essere superiori ad altre nazionalità, e lo sprezzo per esse. Fa schifo, è quasi una malattia. L’unico modo per debellarlo da noi stessi è ricordarci che quelle sono persone. Nascono, soffrono, si ammalano, vedono i propri cari annegare o perire a terra. Vogliono vivere. Come noi.

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One thought on “Il razzismo: una malattia che non ci spaventa

  1. Odio sentirmi razzista, eppure il pensiero che siano troppi, che siano incivili, che siano diversi da noi mi assale. Poi penso che la bella vita che faccio è frutto dello sfruttamento che per secoli loro hanno dovuto subire e mi do una calmata. Poi vedo quanto loro sono belli e penso che la natura vuole più bene a loro.

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