Il bullismo riguarda anche gli adulti che l’hanno subito

Vagamente riflessivo. Il bullismo

A otto anni decisi di dimostrare ai miei genitori che non ero mammone, come mio padre aveva paura che restassi quando dicevo che il calcio non mi piaceva. Anche le maestre se ne erano accorte, e i miei compagni di scuola mi tormentavano perché ero quello più educato e silenzioso, non facevo a botte con nessuno e non ero incline alla guerra. Non ero ancora molto timido, ma lo sarei diventato presto. L’Azione Cattolica organizzò una gita di cinque giorni in montagna, in una baita nel bosco, e io accettai di andarci da solo. Giunto lì, però, un gruppo di ragazzi più grandi cominciò a chiamarmi finocchio e finocchietto, ridendo di me ogni volta che tentavo di avvicinarmi ai gruppi, che giocavano alla caccia al tesoro o a nascondino. Mi schernivano per le scarpe, per il Nesquik che mamma aveva infilato nel borsone, per un bruco che avevo raccolto. Mi ritrassi, mi sentii braccato e mi misi a piangere nella cabina telefonica. Mi mancò subito mia madre, la mia cameretta lontana dagli stronzi e da chi gioisce della sofferenza di un debole, e pregai di sparire di lì. Fu la prima volta che mi rivolsi a Dio, al dio che l’Azione Cattolica diceva essere buono e misericordioso. Pregai tutta la notte, incapace di dormire, finché non svenni ammirando l’alba e i suoi colori turchesi. A colazione avvenne il miracolo: nonostante fosse solo il primo giorno, ce ne saremmo andati entro un’ora. Quando finalmente riabbracciai la donna che mi aveva messo al mondo senza avvertirmi di quanto sarebbe stata dura, ci rivelarono che il prete era morto nella notte. Allora mi dissi che era stato il mio peccato, l’incapacità di cavarmela. Avevo fatto il guaio, non dovevo più provarci, a fare l’ometto.

Chi non ha conosciuto il bullismo lo ritiene una ragazzata del passato, un comportamento naturale degli adolescenti, o una di quelle rare malattie che capitano sempre a qualcuno di imprecisato, nel mondo. Chi non l’ha conosciuto, comunque, fatica a comprendere i devastanti effetti che può infliggere a una persona, come le conseguenze di una pistola caricata a parole, anziché a proiettili. Lascia cicatrici interne e traumi che costringono la vittima a sprecare un’intera vita per superarli, sorvolando le sue bellezze, la spensieratezza, le gioie che offre e che si lasciano svanire.
Chi è stato colpito dal bullismo impara presto l’inadeguatezza, il motivo per cui crede di essere stato scelto in mezzo a tanti. Accoglie in sé la certezza di essere e soprattutto di apparire diverso, manchevole delle caratteristiche e delle virtù che gli permettano di fare coalizione con gli amici. Sbagliato e dunque meritevole dell’isolamento.
Nella colpa di essere la vittima e di essere solo, escluso dai più forti e anche da chi non corre in aiuto, chi è colpito dal bullismo preferisce subire l’angheria perché, in cuor suo, suppone di essersela procurata. La debolezza d’animo o fisica si trasformano in uno stemma, in un connotato, che gli modifica l’indole e il carattere, e lo conduce poi a subire in tutte le occasioni future e sociali. A evitare di ribellarsi, di opporsi, di far notare ciò che non va e di cui non è soddisfatto.
Da adulto, chi è stato colpito dal bullismo ha il terrore di essere giudicato ancora, additato o preso di mira, e rifugge lo sguardo e l’opinione della gente. Non tollera i riflettori, essere al centro di una discussione, parlare in pubblico, dover dare prova delle sue conoscenze. Abituato a inibirsi, finisce col rimanere muto, proprietario di un pensiero a cui non sa più dare voce e forma. Coltiva il silenzio, lo rende la sua ancora solida, e col tempo si convince che la propria opinione in merito a tutto non valga nulla o sia inferiore a quella altrui.
Chi è stato colpito dal bullismo suda, ha le guance rosse, le dita che tremano, il cuore che batte nelle orecchie, le fitte che attraversano il petto, il mal di pancia, l’insonnia, l’acido in gola, la stitichezza, il malumore.
Chi è stato colpito dal bullismo lascia partire tanti treni, pur sapendo che potrebbero condurre a mete preziose, a carriere sperate, alla celebrazione dei propri sogni. Congela l’età degli eventi e del mettersi alla prova, ma continua a invecchiare e a pentirsene.
Chi è stato colpito dal bullismo si guarda allo specchio e si vede grasso o troppo magro, inaugurando una lotta eterna ed estenuante con se stesso e una ricerca oculata dei propri difetti, che lo autorizzano a posticipare la felicità e la libertà di esprimersi. Detesta i suoi vestiti, i lineamenti del suo volto, il suo sorriso, il suo apparecchio per i denti, i suoi fianchi larghi, i suoi occhiali buttati a terra tante volte. Copre la fronte con il ciuffo, ritocca le foto con filtri che alterano o addirittura offuscano la sua immagine, che non tollera, oppure esalta le proprie bizzarrie con tatuaggi, piercing, dettagli estrosi o cupi, al fine di intimidire chi gli sta intorno e allontanarlo.
Chi è stato colpito dal bullismo spesso non ha amici e sente di non essere destinato all’amore, all’essere amato, all’essere accettato.
Il bullismo è una faccenda seria. Chi è stato trafitto dalle sue parole non ha forse cicatrici visibili, ma conserva i suoi traumi.
Anche se può risultarci poco grave, risultarci un guaio scampato nella giovinezza che ormai non ci riguarda, ricordiamoci di chi ogni giorno cammina tra l’inferno che questa società non si impegna a estinguere. Ricordiamoci dei nostri figli, di chi si nasconde, di chi non sembra sereno. Dei più piccoli, che vivono in un mondo di adulti che troppe volte, senza volerlo, insegnano rabbia, rancore e godimento per chi perde. E ricordiamoci dei più grandi, di chi non l’ha superata.
Che siano i genitori o la scuola, diciamo ai nostri figli di essere gentili con il futuro che dovranno costruire.

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