Chi sogna di lasciare la città

Vagamente riflessivo. Chi sogna di lasciare la città

«Sono così stanco di fare il truccatore. Questo lavoro mi ha prosciugato e incattivito. Ho voglia di tornarmene in Sardegna, non lo so a fare cosa, ma neanche mi interessa. Voglio solo stare lontano dalla gente e riposare sulla sabbia.»
«Sì ma come? Lì a Roma hai la tua carriera, ormai.»
«Che me ne fotte della carriera. È bella quando hai vent’anni, è tutto all’inizio, sei pieno di energia. Ce la fai a tenere testa ai colleghi di merda che sparlano di te per non farti avere promozioni. Devi sempre dimostrare di essere migliore degli altri per stare a galla, ma a ne non me ne fotte più, ora. Fai tanti soldi, lo ammetto, ma poi si accumulano e non te li godi mai. Ci compri i mobili, metti il parquet? I maglioni firmati, sì. Un sacco di vacanze, che poi, la ricompensa dopo un anno a farti il culo e a pregare che quei quindici giorni concessi non volino. Lavori, lavori, il sabato ti ubriachi per alleviare la stanchezza, la domenica dormi mezza giornata, fai la spesa ed è già lunedì.»
«Samuele…»
«No, Paolo. Dall’alba alla sera ho persone che mi parlano addosso e mi sento comunque solo, quando vado a letto. Mi risucchiano le forze, l’anima. Mi sveglio, la mattina, e fisso il soffitto, non mi ricordo perché dovrei alzarmi. Ho paura che mi sto spegnendo. Sto vivendo qui solo per lavorare, e lavoro per sopravvivere e pagare l’affitto, che è alto perché questa è Roma. Non è vita.»
La voce del mio amico è così mesta e io non so cosa rispondergli. Non ho ancora la sua età per comprenderne gli umori e i resoconti delle fatiche. Chiude la chiamata, il treno supera la capitale e mi sento meno stanco. Poggio la fronte al finestrino e il cielo torna azzurro, asciugando le gocce dell’ultimo acquazzone settentrionale. Tornare a casa dai miei è sempre come un sospiro di sollievo dopo una prova impegnativa di cui si attende la fine, sai che è temporanea e devi tener duro. Mi sembra che l’adolescenza mi aspetti lì tutte le volte coi suoi rituali, come salutare la panettiera sotto casa, sorridere davanti alla farmacia dove mi moriva l’auto durante la scuola guida, sentire la vicina dirmi che mi sto facendo grande. Rituali che da giovani non vediamo l’ora di stipare in soffitta, assieme allo zaino, ai litigi stantii con le madri che non rispettano la privacy, alla monotonia del paese. A diciotto anni abbiamo fatto tutto ciò che i dintorni offrivano e siamo pronti per le avventure di fuori. Vogliamo passare dal bagno al mare al bagno di gente che corre con la valigetta verso la metro. Dal fumo delle canne dietro la scuola a quello delle discoteche affollate. Dalla cena servita col grido “a tavola!” all’aperitivo coi compagni di corso. Ma alla fine scopriamo pure che crescere non è un’esperienza eterna. Si diventa adulti, poi, e si indietreggia. L’entusiasmo cala, il fisico cede, la mente è esausta. E il bisogno di tornare alle emozioni semplici bussa alla porta di molti.
Scendo dal treno e i trenta gradi del Sud mi abbracciano come farà mia nonna stasera. I papaveri crescono spontanei tra le crepe del marciapiedi. L’insegna sull’uscita è arrugginita e rotta, assieme al resto del paese. Qualche giovane spaccia, qualcuno fa il muratore, i più fortunati consumano i soldi dei padri che ne hanno fatti molti nel ’90. La maggior parte è andata via, comunque. A Londra, si vantano le mamme. Tutti a Londra, stanno.
In giro ci sono solo bambini, genitori e anziani. Non c’è una faccia che somigli alla mia età. Prendo la vecchia Graziella in cantina e pedalo fino alla campagna, tra i canaloni che esultano di rane e le cicale annidate sui platani. Qui regna il giallo, da un lato all’altro, perché il caldo sta già seccando l’erba e i forasacchi, e invoglia le pennichelle pomeridiane. Da queste parti ci sono parenti alla lontana da cui mamma mi portava di domenica, dopo la messa.
Freno e vedo un buco accanto a una villa intonacata a metà. Lì c’erano una stalla, i maiali e il trattore di zio Cosimo. Zia Elena scosta le tendine di plastica e mi scorge.
«Ma guarda chi si vede… Paoluccio. E che ci fai qua?»
«Mi sto facendo un giro, zia. Come stai?»
Mi fa notare che ho la barba da talebano e sono troppo magro. Ha le mani bianche di farina, sta schiacciando gnocchi.
«Non ci sta più nessuno» mi dice in casa, mentre lavora e io studio i quadretti appesi, con le foto delle sue nipoti ormai all’università. «Stanno cambiando le cose. Zio Cosimo neanche li raccoglie più, i carciofi, non valgono niente. Stanno nelle terre a marcire. Ma è normale… Qua non ci sta niente, per voi. È ovvio che ve ne andate in città. Non c’è lavoro. Non ci sta un cinema, un posto dove ballate, che dovete fare? Hai fatto bene ad andartene via.»
“Hai fatto bene”. Chi è rimasto dice questo. Che facciamo bene a scappare. A me fa sentire in bocca l’amaro della sconfitta, e non la dolcezza dell’opportunità. Vorrei non essere costretto a salutare le montagne che mi hanno visto crescere. Vorrei che prima o poi la civiltà arrivasse come una moda anche qui.
«Però una cosa l’ho detta, a mia nipote Vera, prima che se ne andava» continua Zia. «Una cosa tenevamo buona, noi che siamo nati settant’anni fa. Non potevamo fuggire dai problemi, come oggi, che pigli e cambi vita se una cosa non ti piace. Allora le ho detto vedi che non ti devi difendere dalle cose brutte. Lascia che ti travolgano. Fatti ferire, piangi, goditi il dolore. È un privilegio, tesoro di zia, vuol dire che sei viva. Perché quando non ti succede niente, quando tutto fila liscio, quando fai solo quello che hai deciso di fare… che hai da ricordare, poi? Il dolore ci irrobustisce. Ci migliora. Se non soffri, non puoi imparare a superare il dolore. Se soffri, poi non ti fa più paura niente.»
Penso al dopoguerra, alla povertà, alla fame e ai bambini che già lavoravano. E nonostante la disperazione dietro i sorrisi, zia è ancora qui, più forte di tutti i trentenni che conosco.
Torno nel cortile e afferro un ramo basso dell’ulivo. È bizzarro, avevo quasi scordato la sensazione ruvida del legno. Insomma, ci sono alberi anche in città, ma quand’è che ne tocchiamo davvero uno? Quand’è che rimettiamo in moto i sensi che da bambini ci aiutavano a relazionarci col mondo, stringendo e lanciando le pietre, annusando il pane, ascoltando le rondini, leccandoci i ginocchi sbucciati, ammirando gli arcobaleni dopo i temporali?  Quando ci rendiamo conto del prezzo da pagare per aver vissuto tra i palazzi alti?
Girovago nell’orto sul retro e vedo l’unico del quartiere rimasto a lavorare in zona. Un ragazzone quasi quarantenne e sporco di grasso, che rovista nel motore spalancato della carretta di zia. È Antonio e sento un colpetto al cuore. Da ragazzino mi ero preso una cotta per lui. Sognavo che mi proteggesse col suo corpo, di perdermi tra le sue braccia enormi. Poi sono cresciuto e ho appreso la paura di non poterne fare più a meno, di quel riparo. Così ci ho ripensato e ho evitato per anni che qualcuno mi proteggesse. La vita in città insegna a essere indipendenti, ma diventa una malattia da cui è difficile guarire.
Suo figlio corre verso di lui con qualcosa tra le mani. È un piccolo di rondine, caduto dal nido. Antonio gli accarezza le guance e dice di riportarlo dove l’ha preso stando attento a non ferire le ali, così che la mamma rondine possa nutrirlo. Dall’adulto al bambino, e dal bambino all’animale, rammento il modo di tramandare le premure e la gentilezza, che come pelle secca poi ci cadono di dosso, quando lasciamo la provincia. Per fronteggiare la città, l’arrivismo sul lavoro e le convivenze forzate, ci armiamo di cinismo e distacco, per impedire alla crudeltà del prossimo di ferirci. Ma finisce che dimentichiamo l’educazione, non riuscendo più neanche a porgere la mano a chi inciampa per strada.
Saluto zia, faccio un cenno ad Antonio e continuo a pedalare nel passato. La voglia di non andarmene più aumenta con l’aumentare dell’aria di mare che mi gonfia i polmoni. Allora devo rifare la conta dei motivi per cui è impossibile resistere qui. Ecco… In provincia ci sono la camorra e i sindaci affaristi. Si inquina l’ambiente, l’abusivismo dilaga. Manca il rispetto per l’arte, la cultura e la scienza. Ci sono i pregiudizi, c’è la morale cattolica che impedisce di esprimersi secondo la propria natura e la propria creatività. È tutto angusto, corto e limitato, no, non si può.
Devo tenermi stretto i ricordi più brutti, perché quando torno al paese mi assalgono solo i più belli. Quelli che mi scaldano il cuore.

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