Se l’amore a tre è possibile

Vagamente al femminile - Se l'amore a tre esiste

Eva fu una delle cause che tempo fa cambiarono i motivi per cui scrivo.
Ero nella tipica fase in cui si sogna l’amore perché tutti l’hanno provato e sembra la cura a ogni male, e credi sia indispensabile perché ti basi su illusioni mai messe in pratica. Servivo caffè nel bar di famiglia. Era agosto, si grondava e le mosche riempivano gli interni. Eva entrò coi suoi quarant’anni magnificamente esposti sul volto non truccato e imbrunito dal sole, sulla scollatura che non si vergognava delle grinze del seno, sui ciuffi bianchi tra la chioma lunga. Indossava una veste da mare a fiori. Si tolse gli occhiali neri e disse con voce quasi severa «maro’, che caldo, non trovi? Vorrei un ghiacciolo.»
Non so perché ma risi. Leccò il suo ghiacciolo e mi studiò da sotto la ventola, beandosi dell’aria. Sembrava conservasse un segreto sul lato della bocca, perché le labbra si dividevano tra il serio e il divertito. Il suo sguardo, invece, era raro, si muoveva calibrato, non vagava. Poi entrò suo marito, con la polo grigia, il Rolex al polso, la fede e la faccia da brav’uomo. Le diede un bacio e disse che doveva tornare in ufficio. Li raggiunsero due bambini, subito attratti dai gelati. E infine entrò un secondo uomo, che non c’entrava niente, con la barba brizzolata e sfatta, gli infradito sporchi di sabbia, una maglietta sudata il cui orlo si fermava poco sotto l’ombelico per la pancia. Con due dita tozze accarezzò la guancia di Eva e fece «ah, ti sei pigliata il gelatino?»
Tutto ebbe poco senso, ma se ne andarono in fretta. Restò solo Eva per pagare. Mi fissò ancora e mi domandò «tu vuoi sposarti?» Io feci no col capo. Allora volle sapere se le fioriere del bar le curassi io e aggiunse «hai dei bellissimi gerani, Paolo. Vieni a trovarmi, ho un grande giardino. Ti piacerà.»
Nonostante fossi gay, quella donna mi stregò la mente e seguii il suo consiglio.
Sono passati due anni. Di nuovo al paese, prendo l’auto e vado a vedere come sta. La sua villa è in campagna, isolata, e il profumo di glicine mi accoglie prima dell’abbaiare dei cani. Eva è in giardino con un cappello di paglia, la canotta e la pistola da irrigazione che spara alle rose. Mi saluta con due colpi di mano misurati, non è una che si lascia andare all’euforia. Uno dei figli gioca col GameBoy sotto il portico, accanto a un tavolone con del pane e Nutella fatto e una brocca di tè freddo. Salvatore, suo marito, è al lavoro. Luigi, l’uomo con la pancia, prende il sole sulla sdraio.
Eva sa che scrivo e sa che sarei tornato, un giorno, per raccontare di lei, con tutto lo scetticismo del caso. Mi fa un cenno sbrigativo per allontanarci dietro casa e passeggiamo.
«Allora, giovane. Che vuoi sapere?»
«Be’… Se sei una stronza, Eva. Se hai vinto tu, se ha vinto qualcuno. Hai due mariti?»
«Ho un marito e un compagno. E due figli, avuti con mio marito.»
«Com’è successo? E perché?»
«È successo che mi sono sposata con Salvatore perché sapevo che come lui non ci sarebbe stato nessuno. Non è stato un colpo di fulmine, niente follie. Semplicemente era l’uomo adatto a me. Parliamo di tutto, parliamo sempre, non ci stanchiamo mai. Certe donne m’hanno urlato “scegli!” Con crudeltà, con rabbia, proprio. “Sceglitene uno!” Ma io perché devo scegliere? Dove sta scritto? Io Salvatore lo amo, è il mio amico di vita, quello a cui dico vai dal dottore a farti controllare questo neo, a cui stiro le camicie, con cui discuto di politica, di lavoro, di quando eravamo giovani, della morte, di cinema, di libri, dei nostri figli, dell’Alzheimer della madre. Abbiamo una sintonia mentale unica. Avevo trent’anni, quando l’ho conosciuto, sono diciotto di matrimonio. Tutti e diciotto meravigliosi. E lo sono stati anche grazie a Gigi.»
Sbircio da lontano Luigi, che si gratta la pancia e urla al figlio di Eva di stare attento all’insetticida spruzzato sulle aiuole. Luigi ha cinquantadue anni, un negozio di ferramenta e nel tempo libero coltiva la passione per il legno.
«Sega tutto» dice Eva. «Se trova un pezzo di legno per strada, lo piglia e lo lavora. Mi ha fatto armadi, mensole, ha costruito la casetta dei bambini in giardino.»
Dopo il primo anno da sposata, Eva aveva capito che il suo matrimonio non era frutto della passione, ma di una più armoniosa scelta di buon senso. Salvatore era un padre ideale e un marito diligente. Assennato sulle scelte economiche, non si arrabbiava mai, ci teneva che Eva conservasse il diletto per i libri classici e il giardinaggio, perché anche lui teneva ai suoi svaghi. Eva dice che erano sincronizzati e che non poteva essere una coincidenza. Tuttavia, Salvatore non impazziva per il sesso, e dopo il primo figlio, Eva fu assalita da una carica erotica che non si aspettava. Era insoddisfatta, ma non infelice.
«Le sere d’estate uscivo sola in giardino e mi sentito tutta viva. Mi sedevo sulla sdraio e annusavo l’aria dei campi vicini, di papaveri, di sterco. Io lo sapevo. Lo sapevo che mi mancava qualcosa e che la vita me lo stava mandando.»
Luigi faceva lavoretti in giro e capitò in casa sua perché Eva voleva aggiungere cassetti a un armadio. Quando vide quest’uomo grosso, sudato e un po’ rozzo, che parlava solo dialetto, lei ne rimase ammaliata. Lei, educata dalle suore, presa a schiaffoni dal padre perché tornava tardi, dedita alle poesie sulle panchine degli anni ’80, per non dare nell’occhio e osservare i contadini del suo borgo caricare le cassette di pomodoro sui camion. Capì che Luigi rappresentava l’altra metà di tutti gli aspetti rustici e carnali da lei ricercati e mai trovati, perché cozzavano con quelli intellettuali ed emotivi che l’avevano condotta a Salvatore.
«È stata una mazzata, per me. Ti guardi a destra e a sinistra e non capisci perché devi scegliere. Qualunque decisione ti strapperà un pezzo di te. Un pezzo importante, Paolo, non una cosa che dici “vabe’, che fa, posso stare senza”. Amavo i miei figli, adoravo Salvatore, non mi andava di avere l’amante, dire bugie, che poi qualcuno ci avrebbe sofferto.»
Eva confessò al marito di avere una storia da due mesi e che non poteva farne a meno. Salvatore non fece scenate. Preparò le valigie e se ne andò, ed Eva non mosse un dito per fermarlo perché lui ne aveva ogni diritto. Pianse, ma dopo tre giorni Salvatore riaprì la porta di casa con le sue chiavi, risistemò i vestiti nella loro stanza matrimoniale, si abbracciarono e ne parlarono.
Luigi entrò nella loro sfera di coppia a disagio, non era un gran chiacchierone e aveva paura di Salvatore, perché lo riteneva più istruito e intelligente. Cominciarono con delle cene. Lo presentarono ai bambini. Fecero qualche gita tutti insieme. Ogni tanto Luigi restava a dormire sul divano.
«Non ti sei chiesta se stessi facendo una cazzata?»
«Mi sono rimaste vicine solo le amiche divorziate. Le altre signore mi evitavano come se portassi la rogna. Mi chiamano ancora la zoccola. Mica ho un nome, no. Sono solo la zoccola in fondo alla strada. Se andavo al mercato, in pizzeria, a comprare la carne, sentivo sempre bisbigliare. In chiesa? Non ne parliamo. Io credo in Gesù Cristo, mica in quelli che parlano di lui. Il prete fa la tiritera la domenica e poi durante la settimana fa l’amore con quella del vivaio. Ma vattene a fanculo, dico io, o no? E allora perché devo ascoltare la morale da cani e porci, tutti che vogliono sentirsi a posto con la coscienza, migliori. Ma migliori di chi? Ma di che ci dobbiamo vergognare? Ci dobbiamo vergognare che stiamo bene? Io sono felice. Salvatore è felice. Gigi, i bambini, sono felici. Perché la gente non ci crede che uno può essere felice pure se non fa le cose che fanno tutti?»
So cosa intende. Lei parla e il mio intimo la detesta. Mi sento attaccato nelle mie convinzioni e la sua fierezza mi terrorizza, ma insieme ne sono ammaliato. Vorrei ascoltarla per ore, per sempre, con l’inquietudine di entrare in un tunnel buio, popolato da scelte che io non farei.
«I tuoi figli come l’hanno presa? Sono rimasti… chessò, scioccati?»
«I bambini non hanno tutti ’sti pregiudizi, tutto l’odio degli adulti, il bisogno che abbiamo di rendere morale ogni questione. Per un bambino la cosa più traumatica è vedere i genitori litigare sempre. Invece io e Salvatore non litighiamo, perché non siamo incazzati tutto il tempo. Sono entrambi pieni di affetto, facciamo i genitori come chiunque altro. Quando saranno più grandi, se vorranno chiedermi spiegazioni, io qua sto. Quello che gli insegno riguarda l’educazione per il prossimo e basta. Perché devono dire buongiorno e buonasera, non devono picchiare nessuno a scuola. Il resto lo capiranno da soli. Non ho fatto discorsetti su me e Gigi, non servono. Luca lo chiama zio, Michele lo chiama Gigi normalmente.»
A questo punto c’è un’ultima domanda che mi punge la ragione. Generata dalla più atavica di tutte le paure dell’essere umano, e gliela faccio con la speranza di far crollare la sua fede.
«Tuo marito non aveva paura di perderti? Che a un certo punto tu scegliessi solo Luigi?»
Eva annusa una rosa bianca e chiude gli occhi. «La conquista più bella di un uomo, ma credimi, soprattutto di una donna, è quella di liberarsi da questo spauracchio. Dall’ansia di essere abbandonati dalla persona che si ama, ma, parliamoci chiaro, l’amore non c’entra niente. Non vogliamo restare soli, è normale, chi ci vuole restare?, siamo umani. Diciamola, questa verità. Ci caghiamo addosso al pensiero di invecchiare in una casetta vuota, coi parenti che non ci vengono a fare visita. Per questo, sotto sotto, facciamo i figli, perché poi da vecchi abbiamo qualcuno che bada a noi. Ma quando superi la paura restano solo le cose belle. Le emozioni belle. Senza le paure, tiri fuori le doti migliori, e la gente rimane unita per il gusto di farlo, perché si vuole bene, non perché è costretta.» Mi prende la faccia tra le mani e la dondola un po’. «Quando torni dall’innamorato tuo?»
«Non so. Tra un mese, credo. Ho bisogno di tempo per me.»
Mi lascia e continua a passeggiare tra le rose, sventolando la gonna come se ci fosse musica nei paraggi, ma credo non sia necessaria perché è già nella sua testa.
Rientro in macchina e una parte di me non può fare a meno di pensare a Eva come a un’egoista e di convincersi che Salvatore sia stato manovrato. O forse mi fa comodo immaginarlo? Forse, semplicemente, non accetto che Eva non sia stata alla regole dei giochi e sia riuscita comunque a conquistare ciò che cerchiamo tutti: la propria serenità.

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