Ogni tanto fa bene chiedere scusa

Vagamente riflessivo - Chiedere scusa fa bene

Stanotte c’è stato cattivo tempo e mi sono svegliato stanco. Max ha capito subito che ero di pessimo umore. Abbiamo fatto colazione in fretta, ognuno sulla sua sponda del tavolo. Il caffè mi è uscito un po’ bruciato e il prosciutto sul pane non sapeva di niente. Poi lui ha sospirato, ha messo le tazze e i coltelli nel lavandino e mi sono allontanato sul terrazzo, accasciandomi sulla ringhiera.
«Che hai?»
«Ieri sera ho scoperto che Luigi è morto.»
«E chi era?»
Chi era. Eh, non è facile, non lo conoscevo veramente. Era un amico di Facebook. Aveva ventiquattro anni, un tumore che ripeteva fosse passeggero e un sorriso nelle foto che non so se bollarlo come ingenuo oppure caparbio. Sognava di scrivere, aveva un blog e spesso mi chiedeva consigli. All’inizio era una cosa simpatica, aveva recensito il mio romanzo, ma poi ha cominciato a insistere, a essere noioso, a domandarmi se andasse bene questo e quello, guarda qui, leggi qua, che ne pensi, ti piace il mio stile? Non chiedeva mai a me com’era andata la giornata, ma non lo trovavo sgarbato. Forse quando ti corre dietro un dolore del genere diventi un po’ egoista, arraffi quel che trovi durante la corsa e prendi, prendi, prendi, e fai bene.
Una sera, tutto gioioso, mi scrisse Paolo, i medici hanno detto che ormai è sparito, ormai sono fuori pericolo, non devo più fare chemio! Mi ricresceranno i capelli! Desidero tanto fare l’amore, finalmente, vorrei sapere cosa si prova. Beato te che lo fai quando vuoi. Potrei piacere a qualcuno? Ho paura, però, magari non sono capace, non so baciare. E potrò tornare a scattarmi delle foto, quando riavrò i capelli. Voglio essere felice, ce la metterò tutta.
Non so perché lo confidasse proprio a me. Ero uno sconosciuto, in fin dei conti. Credo non meritassi neanche i suoi turbamenti e le sue battaglie, gli davo sempre poco conto, gli affibbiavo due righe posticce e un paio di faccine.
«Sono passati quattro mesi e non mi sono mai accorto che mi aveva cancellato dagli amici. Mi sa che si era arrabbiato perché non gli avevo più fatto sapere cosa pensavo di un suo articolo.» Guardo il cielo, di un nauseante bianco omogeneo, e mi sfrego gli occhi e la fronte. «È morto nel sonno e io non gli ho mai chiesto scusa per non avergli risposto. Ho pianto… per due ore, stanotte, sentendomi pure uno schifo perché che cazzo piangevo a fare? Con quattro mesi di ritardo, eccomi qua, bello pronto per la lacrima, ora che non c’è niente da fare. È morto, se ne fotte se piango adesso. Voleva attenzioni quando era vivo, mica adesso. Cristo, io poco fa ho fatto colazione. Ho mangiato un panino e ho bevuto una tazza di caffè macchiato freddo. Amo il caffè macchiato freddo e penso oh, lui non potrà più prepararsi un caffè, sentirne il profumo mentre la macchinetta fischia, ordinarlo al bar, e io invece sì, ed è giusto? Voleva diventare uno scrittore. Mi chiedeva delle opinioni ma… non avevo tempo. Ero preso dalla mia vita, non avevo tempo per lui. Non lo sapevo che ne aveva poco, lui, di tempo. Uno pensa che c’è sempre domani, c’è sempre il weekend, c’è sempre appena ho un attimo provvedo a quella faccenda che sto rimandando. E io rimandavo lui e adesso lui è morto e cazzo, non gli ho mai dato un fottuto consiglio, una merda di parere, e continuo a scrivere i miei post, a sognare di diventare quello che voleva diventare pure lui. E la cosa peggiore è che non posso… chiedergli… scusa. Non me ne capacito. Guardo la sua ultima foto, in cui è pelato, non c’è più, non esiste, i suoi sogni sono finiti e non posso chiedergli scusa per averlo fatto aspettare.»
Max dice delle cose ovvie per rincuorarmi, cerca di stringermi ma mi ritraggo. Quando soffro non voglio le mani di nessuno addosso. Non sono uno che piange in compagnia e mi trattengo.
«Volevo dire a mamma che mi manca, ma poi per telefono ho vergogna, mi fa strano. Così, l’altra sera, guardavo la televisione sul divano e ho pensato sai che c’è, adesso le scrivo. Ma me ne sono dimenticato. L’ho ricordato il giorno dopo, ma ero in metro, tornavo con la spesa, me ne sono dimenticato di nuovo. Ora penso a Luigi ed è orrendo. Penso… e se adesso mamma muore? Se le viene un infarto o la investe un ubriaco sulle strisce, oppure cade da quel fottuto scalotto storto che usa sempre per lavare le persiane, e le raccomando ogni volta di buttarlo, di comprarne uno nuovo. Che costa? Venti euro? E spendili! Ma non mi sta mai a sentire. Mai. E se cade da quello scalotto, così, ed è da sola in casa, e la ritrovano dopo ore e non c’è niente da fare?»
Max cerca di catturarmi in un abbraccio, ma gli sfuggo. A mamma ho immediatamente inviato una stupida foto dei miei fiori sul balcone e le ho scritto mi manchi, ti voglio bene. In realtà vorrei chiederle scusa, un giorno o l’altro. Scusa per quella domenica in cui le urlai stronza, non ti prendi mai cura di me. Litigammo, ma ero solo arrabbiato per frustrazioni mie ed ero infelice. La trattai male, singhiozzò di nascosto in bagno.
Certe volte dovremmo avere il fegato di chiedere scusa, prima che l’occasione ci tradisca. Chiedere scusa agli altri, ma anche a noi. Scusa per quello che dovevamo lasciarci essere, l’insegnante precario ma appagato al posto del cassiere. Scusa per il riposo terapeutico che rinviamo di continuo per paura che prenda piede e ci renda pigri. Chiedere scusa a un’opinione soffocata per non dover sopportare il dissenso dei colleghi, dei parenti, degli amici. Scusa alla sciocchezza cresciuta presto, magari a causa di un divorzio o dell’essere troppo sensibili, e al bambino dentro che aspetta ancora di giocare col secchiello, non importa se abbiamo moglie e figli. Scusa alle azioni buone che abbiamo smesso di spedire nel mondo, perché troppo stanchi di sperare nei grazie che non arrivavano mai. Chiedere scusa a quel gattino zoppo che non abbiamo raccolto per la strada e chissà se ce l’ha fatta. Scusa per quando ci siamo fatti picchiare dai bulli e non gli abbiamo mai spaccato la faccia, o almeno gridato adesso basta, nessuno d’ora in avanti avrà il diritto di farmi del male.
Max si è arreso, ha smesso di consolarmi. Chiude il sacchetto della spazzatura e poi s’infila il giubbotto per uscire.
«Scusa se un anno fa ti sei fatto mille chilometri per vedermi, hai noleggiato un’auto e alla sera ti ho lasciato dormire da solo in albergo. Ti ho respinto e sono stato cattivo.»
Mi dà un bacio sulla fronte e mi spinge verso la porta.
Penso che sto progettando la mia vita come se dovesse durare molto a lungo. Come se contassi di avere le energie attuali per sempre. Ma ho quasi ventinove anni, che poi sono quasi trenta, e se dovessi dire che è passato parecchio da quando uscii sano e salvo da quell’aula di fine superiori, mentirei. Mi è sembrato un istante. Ma il problema sono soprattutto i ricordi, che sono pochissimi perché viviamo nel futuro, nell’attesa, nei programmi sull’agenda. Facciamo finta che quando avremo organizzato tutto e raggiunto ogni successo, allora ci riposeremo e ci godremo che cosa?
La vita è rapida e a volte inconsistente. Quello che possiamo fare per tracciarne il percorso con delle bandierine sicure è chiedere scusa. Almeno ogni tanto, chiedere scusa, perché fa bene. Perché interrompe il fuggi fuggi e commuove tutti quanti. È questo che ci ricordiamo, nel voltarci indietro: le volte che ci siamo commossi.

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One thought on “Ogni tanto fa bene chiedere scusa

  1. bellissimo e verissimo, purtroppo solo nel momento della mancanza capiamo che avremmo dovuto agire diversamente, mai aspettarer Paolo, concordo, era qualcuno di saggio che disse:
    “vivi come se dovessi morire domani, ma pensa come se non dovessi morire mai”
    credo sia l’essenza del vivere bene
    come sempre però BRAVO PAOLO

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