Prendiamoci la libertà di stare soli

Episodio fermo - Quando si sceglie tra l'essere soli e l'essere liberi

Passeggio lungo la fila di negozi con un gelato in mano. Il venticello sa di patatine fritte e di tulipani, ed entrambi simboleggiano certezze. La schifezza più mangiata e il solito fiore rosso coltivato in primavera. In giro c’è poca gente perché è lunedì. Sulla soglia di Foot Locker mi sorride una ragazza dai riccioli biondi, fa un mezzo inchino e miagola «ma lo sai che da oggi c’è una super promozione? Prendi due scarpe e quella che costa meno non la paghi!»
«Cristo, io sono pieno di scarpe che non metto. Continuate a fare offerte, ma non ho bisogno di altre scarpe. Anzi, nessuno ha bisogno di altre scarpe!»
Fuggo da lei e dalle sue promozioni. Qualcosa in me brucia di nervosismo. Non ho più voglia del gelato, lo getto via e ora i profumi nell’aria mi danno la nausea. Marcio con le guance rosse finché non freno davanti a un negozio di giocattoli. Dentro ci sono madri e i loro piccoli, impegnati a scegliere regali che sono ormai distanti da me e dalle mie esigenze. Esigenze… Cioè una cosa di cui avresti voglia, che ti fa aprire gli occhi al mattino e sussurrare cazzo, tra tutte le meraviglie del mondo io ho voglia di questa qui precisa.
M’imbambolo sconfitto davanti alla vetrina e accetto che no, non me ne frega niente di avere nuove scarpe ai piedi. Ho già comprato la salopette di H&M, che a quest’ora avranno acquistato centinaia di ragazzi, ognuno credendo di compiere una scelta stravagante. Ciò che vorrei davvero, se mi do ascolto, è un modellino dei Power Rangers. Quanto mi piaceva giocarci sul tavolino da stiro di mamma, assieme al castello di Batman. Quand’è che ho smesso di giocarci? A undici anni, quando lessi sull’etichetta che quel gioco era destinato ai bambini dai tre ai dieci. E oggi ne ho ventotto. E quindi l’esigenza dove va a finire, se sfori di vent’anni? Dev’essere un’esigenza sbagliata, ci sarà un errore.
Dall’infanzia all’età adulta, la lista di comportamenti e ambizioni che la società si aspetta è inflessibile. Ci mostrano foto di polmoni neri, ma cominciamo a comprare sigarette alle medie, perché lo troviamo ancora l’unico modo per fare amicizia. I guru dell’economia ci esortano a risplendere e a distinguerci, ma poi mettono in commercio oggetti futili che ci spingono, come automi ammaestrati, a scattare stupide foto della fottuta colazione, sempre uguale, da caricare su un’unica applicazione da milioni di iscritti. Al cinema lanciano film in cui i protagonisti viaggiano per trovare il senso della vita, mentre noi ci affanniamo per un mutuo, un numero civico che non cambierà mai, e riempiamo le stanze di ninnoli che prenderanno polvere, ma almeno avevano il 15% di sconto. La parola più ascoltata è “amore”, ma amare è un’altra cosa. Quella subito dopo è “sogni”, eppure lavoriamo otto ore al giorno per poter pagare l’affitto, che ci consente di alloggiare in una città piena di svaghi. Ma nel giorno di riposo siamo troppi stanchi per inseguirli, a causa delle otto di lavoro che servono per bla bla bla, ricomincia da capo.
Le esigenze. Mi ricordo che a quindici anni passavo molto tempo da solo. Di sabato sera, i miei coetanei andavano a mangiare la pizza e dopo alla sala biliardo. Io non li seguivo perché non andavo d’accordo con nessuno. Non sapevo fare comunella e trovavo noioso ciò di cui parlavano. Non me ne fregava niente del calcetto o di picchiare quello che aveva preso in giro la sorella di qualcuno. Li trovavo stupidi, lo ammetto, e quando capitava un invito, impiegavo minuti a escogitare battute divertenti per stare al passo, e non ci riuscivo comunque. Per questo preferivo il silenzio dei boschi, rotto solo dai rami secchi che spezzavo coi piedi, o andare in bici sulla spiaggia. Mi piaceva l’odore di salsedine e quello dei tarassachi dei campi incolti, da cui passavo per tornare a casa.
Un giorno, però, l’insegnante d’inglese si mise le mani sulla pancia ed esordì davanti alla classe, a voce chiara: «Paolo, ma tu hai degli amici con cui uscire? Quando andate in gita ti vedo sempre seduto da solo, sull’autobus. Vedi che non va bene.» Avevo già sedici anni, ma arrossi ugualmente quando i compagni risero di me, e tutti insieme mi designarono come quello fuori dal gruppo e dalla loro normalità. Mi sentii colpevole, ma soprattutto riconosciuto tale di fronte al giudizio di un adulto. Perché gli adulti sanno ciò che è meglio per i giovani, no?
Tornai a casa e litigai con mia madre, non ricordo il motivo. Aprii l’armadio e cominciai a riempire un sacco dell’immondizia di maglioni che tutto a un tratto mi parevano orrendi. Aggiunsi due cappelli, la sciarpa, le Converse logore, un portachiavi, delle collanine comprate sulla sabbia delle estati precedenti, lo scontrino di una giornata al parco giochi di non so quando. Buttai tutto. Lo sguardo di pena dell’insegnante era come olio nero sulla pelle, e avrei voluto strapparmi di dosso i vestiti e grattare la carne con una spugna per non sentirmi più sporco.
Nel tempo ho lottato tanto contro me stesso. Facevo a pugni con l’idea di un Paolo alternativo, col berretto, la birra in mano e la musica da discoteca intorno, immerso nella folla. Altre volte m’immaginavo con le polo a tinta unita e i capelli col gel, perché il figlio di un’amica di mamma andava in giro così e sembra molto sicuro di sé. Gareggiavo contro le convinzioni di dover cambiare. Di risultare simpatico, leggere di più, studiare il francese, fare spinning, bere succo di pompelmo, visitare Marrakech, selezionare un mestiere per aspirare alla pensione. Tutte opzioni giunte dall’esterno, da chi le aveva trovate utili e dunque le consigliava, ritenendole adatte a chiunque. Ma nel timore di commettere sbagli e nel tentativo di evitarli, credo di aver solo perso un sacco di mesi restando immobile. E allora, sfinito di fobie e con in mano nessun ricordo valido da conservare, li ho lasciati andare tutti. Ogni sbaglio rimandato, l’ho subito ed è stato così liberatorio. Perché quando sbagliamo, in realtà, ci stiamo costruendo un sentiero che non può condurci in nessun luogo pericoloso. Sbagliare significa intagliare la vita e renderla compatibile a noi.
Mi sono permesso di restare solo e di vedere se mi piaceva oppure no. Di dimostrare a quella stronza dell’insegnante che se non sembravo come gli altri, allora sarei stato diverso da ognuno di loro. Diverso, ma nel senso di speciale.
Nel pomeriggio torno a casa e mi siedo sul divano. È vuota, Max è uscito e io sono ancora qui, ad aspettare che ritorni, come ieri e come l’altro ieri. Poi il telefono squilla ed è mia madre. Le avevo chiesto la ricetta per una crostata, ma l’ho già fatta. Mi dice «mettici l’amore dentro, che se la fai per qualcuno viene meglio.» Sorrido, chiudo la telefonata e tiro fuori l’involucro di alluminio dal frigo. Lo porto con me in auto e guido fino a fuori Milano, a pochi chilometri. Parcheggio in una radura, accanto a una cascina abbandonata. Mi siedo ad ammirare il tramonto sotto un albero di ginkgo. Scarto la crostata e la mangio per conto mio, sentendomi prosciolto dall’antico diritto sociale di non restare solo. Davanti ai raggi rossi ci sono io e basta, stasera. Anzi, ci siamo noi: io e l’importanza di pronunciare il mio nome nel silenzio.

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3 thoughts on “Prendiamoci la libertà di stare soli

  1. “…….ci sono io e basta, stasera. Anzi, ci siamo noi: io e l’importanza di pronunciare il mio nome nel silenzio”…………….sei un grande scrittore che sa toccare l’anima più profonda delle persone.

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  2. sarò di parte, ma la solitudine è bella quando viene scelta, come lo è la vita a due o in gruppo, anche tu lo dici tra le frasi, il brutto è subire, scegliere è liberta.
    Sei un grande scrittore che meglio di me sa metter nero su bianco il sentimento, continua cosi!

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