Diventare adulti è insostenibile

Episodio fermo. Diventare adulti è insostenibile

«Quando ero bambino usavo la fantasia per spiegare tutto ciò che non aveva senso a quell’età» dico al mio psicoterapeuta, e lui incrocia le mani, seduto sulla poltrona di pelle. «Soprattutto le cose brutte. Avevo una zia. Faceva la sarta, viveva in questa grande casa isolata. C’erano tante stanze buie, inquietanti, con dei manichini lisi, senza testa. Non apriva mai le tende, c’era un cattivo odore di polvere. Io giocavo nel cortile, non entravo mai, ma un giorno spiai dentro e vidi mia madre tenerle la mano, e lei che si toglieva i capelli. Restò calva. Io mi spaventai a morte, scappai e per la prima volta non riuscii a… fantasticare su cosa significasse. Poi un giorno morì, non vidi più quella casa e chiesi a mamma cosa fosse successo. Non riuscì a mentirmi. Non so perché, forse non ne aveva la forza, era stanca. Mi disse che era stato il cancro. Poi aggiunse “tranquillo, viene solo ai grandi”, ma le tremava il labbro. Fu il giorno in cui persi fiducia in lei, perché mi aveva detto una bugia per proteggermi, e allora non potevo più crederle. Fu il giorno in cui scoprii che una persona può andarsene via senza avvisare, sparisce e puoi rivederla solo in una foto gialla su una lapide. Cioè… un giorno ti abbraccia, senti il suo profumo sui vestiti, ti resta la voce nelle orecchie, e dal giorno dopo niente. Niente più voce, e ti dici cazzo, non ho… non ho neanche un messaggio vocale per ricordarmi la sua voce. Ti sembro stupido?»
L’analista dice di no e allora continuo.
I miei genitori decisero di trasferirsi e così mi sradicarono dalla piccola e dolce vita del borgo in cui ero nato. C’era una sola strada, tanti alberi e il minimarket con la tabella arrugginita, in cui mi fermavo ogni mattina per la rosetta col prosciutto da portare a scuola. Dissi addio agli amichetti e non riuscii a farmene altri nel paese accanto. I bambini della nuova scuola erano crudeli, chiamavano ricchione chi si prendeva per mano durante la campanella d’uscita. Mi sentivo molto solo, papà lavorava sempre, mamma faceva i servizi e poi andava via. Così un giorno rubai una spilla rotta dalle sue gioie e la regalai alla maestra d’italiano per il suo compleanno. Sperai di renderla fiera di me, m’immaginavo di diventare il suo alunno speciale. Invece chiamò a casa per avvertire, mamma corse a scuola preoccupata ed entrambe mi chiesero perché lo avessi fatto. La classe mi fissò bisbigliando, divenni paonazzo e non osai più fare regali a nessuno. Mai più.
Alle medie ero grasso e nuovi bulli mi picchiavano. Anche loro mi chiamavano ricchione e le femmine ridevano perché non sapevo difendermi. Mostrai i lividi a mia madre. Venne a scuola due volte per richiamare i professori, ma non cambiò nulla. Perciò, esasperata, mentre lavava i piatti, gridò che prima o poi avrei dovuto cavarmela da solo. Allora usai la fantasia e m’immaginai dall’altra parte del fronte di guerra. M’immaginai coi vestiti di pelle come nei telefilm, salire serioso sull’autobus e incutere terrore perfino ai ripetenti. Andai in classe e mentre il coro di bulli chiamava mostro un povero ragazzino con l’apparecchio e la forfora, decisi di unirmi a loro. Mostro!, gridai, ilare e furioso. Mostro! Mostro! Mostro! Assaporai il sublime piacere di essere il torturatore e non il torturato. Ma il ragazzino si piegò in un angolo e il suo sguardo, ingrandito dagli occhialoni da quattro soldi, sprigionò un dolore e un’umiliazione così grandi che per me poteva anche bastare. Poteva chiudersi lì, la scuola e l’essere tredicenne. Forse anche la vita, che era già così spietata da mettere subito in chiaro che crescere voleva dire questo: soffrire o far soffrire. E io ero fragile per stare sia da una parte che dall’altra.
Presi a fare filone, a fingermi malato, a inventare scioperi. Non studiavo e non andavo a scuola. Non parlavo più con mamma e papà lo vedevo ormai come un nemico, da quando due anni prima mi aveva ordinato di tornare nel mio letto perché ero ormai grande per dormire con loro. Così una mattina vagabondai da solo per un vecchio cortile e vidi una lucertola prendere il sole. Non si era accorta di me. Raccolsi un mattone e lo lasciai cadere sul suo corpicino, che esplose. Ecco, mentre lei si godeva la vita e non sospettava del peggio, io la uccidevo in un istante. Rimossi il mattone, m’inginocchiai accanto al cadavere e piansi. Biascicai “mi dispiace”, persi il fiato dalla sofferenza e mi coprii la faccia. Stavo crescendo e non potevo impedirlo.
A diciotto anni facevo la dieta e lavoravo nel bar di famiglia. Nessuno mi aveva chiesto se mi piacesse. Ero così timido che passavo i giorni dietro il bancone a sperare che nessuno entrasse e mi osservasse mentre facevo il caffè. Lo sguardo della gente era come un coltello sulla nuca che non affondava mai nella carne, ma minacciava solo. Ne ero terrorizzato. Ma il mio destino era quello. Ero il figlio che non studiava, incapace di affrontare il mondo, senza progetti, di cui la gente si dimenticava e chiedeva ai miei quanti figli avessero. Nessuno si aspettava nulla da me e questo era l’unico lato piacevole. Le speranze s’incanalavano su mia sorella, che era graziosa, sapeva stare al centro dell’attenzione dei parenti e degli amici che le battevano le mani, avrebbe fatto l’avvocato. Lei era il tentativo andato bene e io la invidiavo. Aveva tanti amici e io nessuno. Aveva un fidanzato e io ero gay. Andava a ballare e io restavo prigioniero della mia cameretta ad aspettare l’ora del sonno.
«Sai, è davvero ingiusto» dico all’analista. «Si dice sempre che buttare fuori i pensieri cattivi faccia bene, ma nessuno se li piglia, poi. Li rimettiamo dentro ed è peggio, perché li abbiamo rinfrescati.»
«Cosa vorresti farci?»
«Convincerli che… non lo so, che possono tirare un sospiro di sollievo. Sai, ci ho provato l’anno scorso. I clienti del bar mi chiedevano con un sorriso penoso “allora, che fai, ti sei laureato o lavori?” I miei genitori, invece, mi guardavano come un cazzo di peso per cui però provare un po’ di pena. Sai, tipo un figlio problematico, per cui una madre esausta potrebbe dire “eh, il Signore questo c’ha mandato”. Allora ci ho provato. Ho fatto le valigie e me ne sono andato da un amico di Facebook, a Bologna. Volevo dimostrare di essere indipendente. Che i miei si sbagliavano. Mi ha ospitato e ho cercato lavoro. Provo tenerezza a ripensarci. Avevo tutti i curriculum in un sacchetto di carta del supermercato, facevo chilometri a piedi per risparmiare coi mezzi. Dopo un mese a vuoto, un tizio dell’agenzia di collocamento mi spedì fuori Bologna, c’era un’azienda che cercava non so che. Non conoscevo la zona, l’autobus mi fermò su una statale tra le campagne. Pioveva a dirotto, l’azienda non risultava su GoogleMaps e scoprii che l’autobus per il ritorno non c’era. Si stava facendo buio, avevo l’acqua alle ginocchia e… cercavo di fermare le auto in corsa per capire dove fossi, per chiedere informazioni. Allora chiamai il mio amico e gli chiesi aiuto per telefono ed ebbi un attacco di panico. Singhiozzavo sentendomi… così stupido. E piccolo. E incapace di fare quello che fa tutto il mondo.»
Respiro forte e passano cinque minuti di silenzio. «Paolo… è passato» mormora l’analista. «Non è la vita, è solo un pezzetto. Non sei condannato, capisci? Puoi essere felice, se smetti di pensarci.»
«Lo so. È solo che… quando sei bambino nessuno ti avverte che sarà così dura.»
«Perché se no chi avrebbe voglia di diventare grande?»
Mi trasmette leggerezza. Gli stringo la mano, ci rivedremo tra un paio di mesi. Mi dà una pacca sulla spalla e torno per strada, dove il mio compagno aspetta all’angolo con due pizze in mano e il suo amore, che mi accompagna per questo lungo tragitto che è l’essere adulti.

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3 thoughts on “Diventare adulti è insostenibile

  1. Fantastico anche se drammaticamente triste,
    però teniamo duro e cresciamo, accettiamo e ci guadagnamo la nostra felicità!
    Felicità che ti auguro di cuore in grande abbondanza Paolo, te la meriti e ne hai diritto!

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