Lettera alle donne, lettera a mia madre

Lettera alle donne

Cara mamma,
oggi è la festa della donna e a me va di scriverti una lettera. Ultimamente si fa un gran parlare del vostro corpo, e la gente dimentica il passato e strappa a morsi i diritti che avete ottenuto nei decenni. Il più lucente è il diritto di non essere le donne che gli uomini desiderano, senza tuttavia doverli emulare in ogni campo. Eppure siamo tornati a urlare cosa è giusto che facciate, declinando la personale scelta emotiva e attenendovi a dei valori da rispettare in quanto femmine. Donare o no un figlio a chi non può averne? Abortire oppure, come qualcuno ringhia, “se sei abbastanza grande da restare incinta, allora te lo tieni!”? A me sembra che dietro simili battaglie ci sia una punizione che vi meritate per aver aperto le gambe, e un’altra per ricordare che non potete allontanarvi dall’unico destino di diventare madri.
Non so quando avete fatto un passo indietro, ma la società crede ancora che ogni donna sogni di procreare, quasi per legittimare la propria esistenza, e che la sacralità della vita di un feto va anteposta alla qualità della vita che gli si potrà offrire. Non importa che non siate pronte, che non abbiate istinto materno o uno stipendio per allevare dignitosamente un bambino.
Cara mamma, il vostro corpo è strano. Sembra appartenere a chiunque, dal vicino di casa ai politici, dai preti ai giornalisti, e non potete mai prendere decisioni private. La festa della donna dovrebbe ricordare che a nessun uomo si chiede di scegliere tra se stesso e l’opinione del resto del mondo. Alla donna sì. Per la donna è tutto un bivio. Tra la carriera e la cena da preparare. Tra una lunga doccia calda e i pannolini da cambiare. Tra il farsi bella per uscire e l’esserlo troppo fino a procurarsi uno stupro per strada. Tra l’essere felice da sola e l’essere compatita perché zitella a quarant’anni. Non avete mai privacy, mamma, ma dalla culla alla tomba sopportate i nostri occhi accusatori addosso. Siete troppo sexy, troppo vecchie, troppo stronze, troppo fragili, troppo arriviste, troppo egoiste. Gli uomini invece sono solo tori, scapoli o gran lavoratori.
Ma torniamo a noi, mamma. Questa lettera è anche per te. Sei la donna che mi ha fatto penare di più. Si vocifera che voi madri sareste incaricate di dare amore a noi figli, ma avvicinandomi ai trenta ho capito di doverti ringraziare per cose più importanti. Sì, l’amore non è tutto, perché è solo l’inizio, e gli inizi sono sempre facili e vestiti bene. Il giorno delle nozze, un nuovo nato, una promozione in ufficio, una casa più grande. Poi, dal giorno dopo, riprendono le strette di mano col quotidiano che nelle fiabe, alle bambine che un giorno diventeranno adulte, non raccontano. Mi hai fatto maschietto, eppure a me hai mostrato i retroscena del tuo matrimonio in bianco e nero, rivelandomi che la durezza del tempo che passa non è un male evitabile ed è meglio conoscerla, e che il disincanto può condurre a meno gioie ma pure alla saggezza. Mi hai insegnato a non correre dietro a ciò che piace alla massa, a non vergognarmi di piangere, a godere della malinconia. A fare scelte poco emozionanti ma avvedute. A non accontentarmi mai. A essere critico con me stesso e insicuro il giusto da non diventare mai borioso.
Per gran parte della mia vita ti ho resa colpevole di queste lezioni feroci e dei miei limiti. Ho trascorso gli anni migliori a studiare il modo di accollarti ogni responsabilità sui miei insuccessi, sulle fobie che rivedo fuori dalla porta di casa, sull’ansia di cui sei stata prima genitrice e poi educatrice. È vero, con precisione e scrupolo mi hai inculcato nel tempo molte delle tue angosce di madre, moglie e figlia di tua madre, ma io le ho abbracciate e rese mie, per poi indicarti come criminale assoluta. Non ti ho mai impedito di istruirmi sul dolore. Perché era facile, ed è sempre troppo comodo stare seduti a subire i propri timori, anziché avere il grandissimo coraggio di costruirsi un’identità solida. Stare immobili nel rancore sembra una pratica penosa, eppure è dolcissima. Ci tutela, ci difende dalle infinite possibilità che caratterizzano l’esistenza. Dagli sbagli, dalle prove, dai dubbi, dai salti nel vuoto e dalle decisioni. Le tante decisioni da prendere ogni giorno. Molto meglio evitare tutto questo e guardarle con livore da lontano. E io l’ho fatto. Invece di agire, ho solo guardato.
Oggi ti scrivo perché sono stanco di cullarmi sull’innocenza che non mi appartiene. Oggi prendo atto di non esserlo, innocente, e di non essermi assunto l’obbligo più importante e difficile di tutti, quello di impedire a me stesso di soffrire. Ecco, ti rivelo che la colpa dei miei disagi, ormai, è solo mia, e che farò tutto il possibile per guardare le cose in un’ottica diversa. Da un’angolazione a cui arriva la luce del sole, in cui le finestre sono aperte e l’aria profuma di leggerezza.
Ti scrivo, soprattutto, perché hai tenuto testa e sei sopravvissuta a un uomo che, probabilmente, non ti ha mai meritata. Perché sei scampata a due genitori disumani a cui hai restituito più affetto di quello che ti hanno voluto dare. Perché hai cresciuto due figli sgangherati, ma buoni e in gamba. Perché hai disegnato e arredato una casa perfetta, senza il nostro aiuto, e me ne dispiace. Perché, oltre a tutto ciò, resisti. A te stessa, a noi, alle intemperie di una vita che quasi mai è grata con te. Perché sei qui, ancora oggi, con il peso di tante vite sulle spalle. Perché sei forte. Sei la donna più forte e generosa che abbia mai conosciuto. E no, non sei più fonte di ansia e di paure: tu sei davvero il mio mito.
Non sarò mai resistente quanto te. Premuroso con qualcuno quanto te.
Voglio concludere la mia dichiarazione con una grande ma genuina richiesta: diamoci il permesso di essere quello che vorremmo. Di esprimere la nostra natura. Di rincorrere i nostri bisogni soffocati.
Vorrei davvero che tu smettessi di esercitare su di noi sensi di colpa per le tue rinunce. La vita è spietata, ma noi lo siamo più di lei quando ci impediamo di essere liberi. E allora, ti prego mamma, torna donna e liberati. Dimentica di essere nostra prigioniera. Sua prigioniera. Loro prigioniera. Tua prigioniera. Tu sei viva e devi ricordarlo. Sei maledettamente viva, nei sorrisi che i clienti ricordano, nei quadretti che dipingi, nelle foto che scattavi da ragazza e nelle passeggiate che hai smesso di fare. Perciò molla le catene che nessuno ti ha imposto e viviti le domeniche che credi di elemosinare, o il tempo per la pizza con le amiche che pensi sia un errore. Molla il cane che piscia, la nonna che si lagna, le patate nel forno, tuo marito e quel calcio che vaffanculo a tutti quanti. Molla i fronzoli, gli stemmi e le missioni che la società ha imposto a voi donne.
Noi figli la stiamo imparando poco a poco, quest’arte di essere liberi. Liberi di non essere avvocatessa e donnaiolo, ma di volare a Milano per reinventarci. Liberi di non evitarti per paura dei tuoi sguardi, sempre colmi di abbandono e di malinconia. Sguardi stanchi e spesso gelosi. Più si è liberi, mamma, e più ci si vuole bene. Al contrario, i vincoli e gli obblighi del cuore, perfino quelli non detti, creano distanze e ostilità, che nel tempo si trasformano in guerra. E io vorrei che non ci fosse mai più guerra, tra noi. Litigi e disaccordi sì, ma non guerre. Io e Chiara stiamo cercando di guardarci dentro per spezzare le catene dei sensi di colpa, tipiche di ogni famiglia italiana. Fallo anche tu. Non ci sono sbarre vere alle ore dei tuoi giorni. Sei tutta tua. E chi si culla di darti ordini che si arrangi.
Lo so quello che pensi. Pensi che liberarsi voglia dire isolarsi, perdere le proprie certezze, lasciare i guinzagli. Una figlia che non ti chiama, un altro che chissà che combina. Ed ecco qua, poi resti sola. Ma tu sei il nostro nido e sempre lì torniamo, e non sarai mai davvero sola, perché hai te stessa. Io e Chiara possiamo giurartelo, da soli si creano le opere più grandi, si dà fondo a un’energia che piglia tutto il mondo e gli dà il senso. Dacci lo spazio e il tempo per sentire in maniera genuina la tua mancanza. Quanto a te, torna indietro, mamma. Torna a quando eri la tua compagna preferita. Torna a cercarti e datti nuova origine. Noi altri ce ne faremo una ragione. Seguiremo il nostro corso. La vita, la noia, gli intoppi, i malanni e perfino la morte. Ogni cosa verrà sempre a cercarti, a pretendere la tua attenzione. Ma tu, ti prego, pensa a te stessa. Datti il permesso di rinunciare a Elisa, il nome che ti diedero quando eri giovane, e di essere di nuovo solo Angela.

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