Siamo già tutti in una relazione a tre

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Non potevo credere di essere nel salotto di una coppia aperta, che sparecchiava la tavola mentre guardavo la Tv, e tremavo all’idea che di lì a poco avrei sperimentato il sesso a tre.
Ma torniamo indietro. Era fine estate, quel periodo un po’ friccicarello in cui i tramonti arrivano ogni giorno un po’ prima, e col giubbotto li ammiri come se ti stessero portando via una promessa infranta. Ci si aspetta sempre grandi cose, dall’estate. Io sognavo un fidanzato con cui trotterellare verso l’inverno, lungo viali di neve, con una cioccolata in mano e le fisarmoniche suonate dai mendicanti, a cui avremmo dato qualche spicciolo per sentirci due che non solo si amano, ma fanno pure una buona azione. Lo immaginavo alto, col ciuffo fuori dal cappellino di lana e vestito di verde scuro. Imbranato, per darmi l’occasione di pulirgli la cioccolata dalla barba.
Invece, con me l’estate aveva fatto la stronza: baci deludenti, scopate sotto le stelle con turisti che all’alba mettevano in moto, e io che rincasavo sempre da solo, e mi fermavo sui gradini ad ascoltare i grilli.
Siccome era tutto magico solo nella mia testa, criticavo duramente chi umiliava la mia idea di romanticismo. Odiavo le coppie aperte, così frequenti nel mondo gay. Sbraitando che schifo le chat, che schifo le disco con le dark, che schifo chi cerca una sveltina e basta, che schifo chi tradisce. Ma il mio mondo era comunque in pericolo, perché in paese un sacco di matrimoni finivano in divorzio. Avvilito, mi stavo convincendo che Dawson e Joey si fossero alzati dal molo del fiume, e fossero diventati un ex alcolista e una dirigente Tv che dimentica i bambini dalla tata. L’era moderna aveva offeso la virtù della relazione.
Così una sera di novembre, col cuore freddo, accettai l’invito a cena di una coppia. Guidando, mi ripetevo che era uno sbaglio. Che se avessi fatto una porcheria simile avrei detto addio per sempre al mio sogno col bravo ragazzo e la cioccolata calda. Ma ero arrabbiato coi tempi che cambiano, con la mia generazione dissoluta, col bisogno di sesso, con le troie, coi matrimoni a pezzi che rovinano i figli, con chi si arrende e si lascia, e con tutte le bugie dei miei genitori, che stavano insieme da trent’anni ma litigavano continuamente. Mi aggrappai al volante, mi misi a piangere e ricordai di quella volta che a sette anni, una notte che ascoltavo dal mio lettino, papà minacciò di andarsene.
Allora non frenai, ma giunsi a casa loro per dimostrare che l’amore non esiste. Mi asciugai le guance, bussai alla porta con la mano vigliacca, ed entrai immaginando di trovarli nudi e affamati di cazzo.
Avevano una bella casa. Non di quelle che s’immagina da gay, bianco e oro e coi pezzi da design. No, una casa all’italiana come tante. Con una dispensa per le conserve, una libreria con le foto dei parenti, un cesto dei panni sporchi.
Marco mi portò delle pantofole per stare comodo e mi presentò il cane, ormai attempato e giuggiolone davanti alla stufa. Giacomo mi aveva preparato il brodo con le polpettine. Parlarono dei loro vecchi da accompagnare in ospedale, della crisi sul lavoro, del crudo in offerta alla Coop. Guardammo poi Hero 6 sul divano e a un certo punto mi abbracciarono insieme. Marco mi accarezzava la testa, Giacomo mi baciava il collo con tenerezza. Per un istante m’immaginai nella sigla de Willy il principe di BelAir, “poi tanto male non è”. Infine, terrorizzato come in una sala operatoria, mi sdraiai nudo su un grande letto, assieme a loro, che mi toccavano accorti per tranquillizzarmi. Marco mi disse che, quando volevo, potevamo smettere. Ma no, ero deciso a smascherarli. Volevo documentare che il sesso mette in discussione l’amore. E invece, dopo il torto subito dall’estate, anche l’autunno mi umiliava: mentre i due facevano sesso con me, si baciavano e tenevano per mano come fidanzati al secondo mese insieme, e non riuscivo a sopportare che io fossi in errore. Non sopportavo che non riuscissi a capire, e che ogni cosa intorno a me fosse più complessa della romantica illusione dello stare insieme e basta.
Una volta rivestiti, continuarono a trattarmi con cura. Prendemmo un caffè e poi Marco mi accompagnò all’auto. Mi diede un ultimo bacio, ma lo trattenni, fissandolo col broncio. Pretendevo da lui delle risposte e gridai le mie domande. Come fate a non essere gelosi l’uno dell’altro? Non avete paura che qualcuno al di fuori del rapporto possa separarvi? E se mentre fate sesso, uno di voi due si innamora del terzo? O il terzo si innamora di uno di voi? Come fate a gestire un simile pericolo? Perché, se avete deciso di unirvi, non avete il coraggio di restare solo voi? Perché non vi bastate sessualmente? Perché sembrate felici così come fate, e a soffrire nel guardarvi sono io?
Marco mi abbracciò come un fratello maggiore che ci è passato, ma non può mollare il predicozzo perché è inutile spiegare. Mi disse solo «noi ci amiamo. Giacomo è la mia famiglia. Non si sta insieme per impedire che l’altro possa innamorarsi ancora di qualcuno.»
Mi sistemò la sciarpa e mi raccomandò di andare piano. Quella notte, una coppia aperta mi insegnò a non giudicare, e io mi sentii piccolo e puerile.
Cinque mesi dopo ero ancora single. Davanti a un gelsomino in fiore, scrivevo al portatile e pensavo alla diversità. A tutte le volte che rendiamo perversa una faccenda che ci risulta non in linea col nostro modo di agire. Alle paure personali, che si rispecchiano nel proibizionismo. Proibire la droga per paura che ci seduca. Proibire la prostituzione per non cadere nella scappatella. Proibire le famiglie omogenitoriali per non doverle spiegare ai più piccoli. Proibire che l’amore stia sciolto per prevenire l’abbandono.
Una volta deposte le false convinzioni, possiamo ammettere di essere deboli e vulnerabili. Di essere umani. Che quando biasimiamo il prossimo, stiamo solo palesando il terrore che il mondo, come lo abbiamo imparato, possa essere stravolto. Che ci piace camminare sulle certezze come strade familiari in cui ci sono il panettiere, il macellaio e la fioraia. Che, nell’egoismo, non vogliamo subire il dovere di adattarci.
L’ammissione più importante di tutte, però, credo sia quella di temere che le novità possano risvegliare desideri rinnegati. Quando proibiamo che gli altri facciano qualcosa che noi non faremmo, probabilmente stiamo cercando di non puntare lo sguardo su noi stessi nei loro panni.
Chi fa sesso a tre mi ha ricordato che il nemico non è il terzo, ma l’ipocrisia di far finta che il terzo non esista già. Il terzo è un sms nascosto. Una litigata senza perdono. Un regalo mai donato. Una gravidanza che possa aggiustare le cose. I film porno nascosti sotto il letto. L’ostilità dei suoceri.
L’amore vero non è mai a due. Perché c’è sempre il terzo, ed è la vita reale.

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33 thoughts on “Siamo già tutti in una relazione a tre

      1. Ben scritto, concordo in tutto. Come sempre, le azioni son da considerarsi negative o positive assecondo di come le viviamo, e ciò dipende dalla nostra esperienza e cultura. Non la vedrei in modo positivo se, ad esempio, uno della coppia accettasse solo come compromesso per l’esigenze dell’altro.

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  1. Non condivido nulla di ciò che hai scritto. Fai un errore comune: pensi che la tua verità sia la verità di tutti. Auguri per il tuo compromesso.

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      1. Allora non dire che “siamo tutti in una relazione a tre”, o che il nemico “è l’ipocrisia di far finta che il terzo non esiste già”. Ciao.

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  2. Personalmente ritengo tu abbia ragione specialmente negli ultimi due capoversi. Ritengo la mia sessualità fluida,più etero che altro,ma credo che le emozioni siano universali,così come le bugie che ci diciamo un po’ tutti. Invece affrontare l’ipocrisia dentro di noi è il lavoro che tutti dovremmo fare quotidianamente,accettando la nostra fallibilità umana.

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    1. Grazie Filippo. Ovviamente ognuno ha la sua visione, e credo che il bello della vita sia non seguire regole. Se l’amore è a due, a tre, in solitudine, dovremmo sceglierlo noi, sapendoci appunto ascoltare.

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  3. Ho trovato fantastico quest’articolo, è scritto benissimo, una vera goduria e poi condivido tutto! Leggo libri a manetta ed era da tempo che una lettura non mi emozionava a questi livelli! Complimenti, penso seriamente che inizierò a leggere qualche tuo romanzo. 🙂

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  4. Come al solito quando scrivi mi coinvolgi nella storia, e in te scorgo sempre quella vena malinconica che spesso mi piace. Però, devo ammetterlo, non sono d’accordo con quasi tutto quello che hai scritto 😉

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    1. Grazie Gigi 😉 Credo sia uno di quei pezzi per cui è normale non trovarsi per forza d’accordo, ma è solo la mia visione della cosa.

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  5. Non condivido “quello” che scrivi, ma mi è piaciuto molto “come” lo scrivi.Hai un nuovo follower #permeèunsi #pertemissitaliacontinua 🙂

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  6. Io invece proprio non capisco cosa ci sia di sbagliato, nell’avere paura e nel cercare il conforto della stabilità. E’ vero: la monogamia ti “salva” dal timore della solitudine, ma la poligamia non ha lo stesso effetto sulla noia?
    Tutti gli atteggiamenti che noi abbiamo e le situazioni in cui ci caliamo sono direzionate a proteggerci da qualcosa: è il cosiddetto “conatus”, la spinta alla sopravvivenza.
    C’è chi ha più paura della solitudine perché magari non vive bene con se stesso e quindi cerca un’unica persona da amare e che lo ami, tale da andare a riempire quei vuoti che ha dentro. E c’è chi, invece, è terrorizzato dalla noia, dalla stabilità e che quindi, per non impantanarsi in una relazione “ordinaria”, decide che “in tre è meglio”, e va a riempire così vuoti diversi… ma manca pur sempre qualcosa.
    E’ una questione di scelte e paure e soprattutto necessità, allora – e non di “novità”. Personalmente, non è il “nuovo” che mi spaventa, ma sento che, quando sto con la persona che amo, anche dopo molto tempo, non sento alcun bisogno di toccare il corpo di un altro. Proprio non ne ho il desiderio né la tentazione.
    Poi, giudicare o meno tali atteggiamenti è una questione completamente diversa… banale dire che “ognuno è libero di”, sempre con sincerità, schiettezza e privi di qualsiasi malizia.
    Complimenti per il blog, ad ogni modo!

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    1. Grazie Luigi. Certo, anche tu hai ragione. Infatti il pezzo è solo un invito a non giudicare i rapporti altrui e a non credere che la propria visione dell’amore sia quella assoluta.

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  7. complimenti pierpaolo! molto ben scritto. però ho da farti un appunto proprio sul finale: è vero che il terzo è l’ipocrisia di nascondere che le cose già esistono, ma è pur vero che il terzo arriva solo quando la coppia è già scoppiata. in altri termini, quando l’amore c’è, il terzo non arriva, perché non c’è quell’ipocrisia che indichi. e quindi l’ultima frase è troppo assolutista per poterla condividere.
    Mi pare di capire che anche tu non condivida troppo le coppie aperte, allora non cedere alle lusinghe di chi ti favoleggia il mito dell’amore libero: quando ami, e ami davvero, non hai occhi per altri e la libertà neppure la vuoi! di questo ne sono certo, perché l’ho vissuto. ovviamente è sempre un punto di vista, ma allora lo è come quello di coloro che ci vogliono convincere che l’amore a due è “superato”;)

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  8. Questo pezzo (A tutte le volte che rendiamo perversa … Che, nell’egoismo, non vogliamo subire il dovere di adattarci) mi fa pensare a te come al mio gemello diverso. Buona vita

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  9. Un articolo bellissimo e toccante che vale per chiunque, non solo per i gay. Non che ci sia sempre per forza un terzo o un quarto ma l’analisi è comunque meravigliosa. Grazie per averlo scritto, era quello che avevo bisogno di leggere.

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  10. Letto per caso…o forse perché cercavo che qualcuno la pensasse davvero così! Non siamo pochi allora…ma in pochi sanno far commuovere esprimendosi. Grazie!

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  11. Da etero monogama che convive a leggere questo mi sono emozionata. Non posso condividere in toto ciò che scrivi perché vivo nel mio sogno d’amore a 2, quello delle cioccolate calde e del tenersi per mano e sarei troppo gelosa per accettare una terza persona nella relazione ma mi hai comunque mostrato un’altra prospettiva che non considero “meno giusta” della mia. In fondo tutti i nostri schemi sono comunque preconfezionati, presi in prestito dai nostri genitori e dalle immagini a cui siamo abituati e forse non corrispondono poi così tanto alla realtà. Bel pezzo, dolce e delicato, complimenti.

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  12. Ho letto appassionatamente il post, tra l’altro scritto davvero molto bene. Ma francamente non ho capito, né probabilmente comprendo, la “morale” che ne hai tratto. Non perché io sia un bacchettone, non mi scandalizzo certo per un rapporto a tre. Ma si trattasse di un diversivo da single che ci si concede per aggiungere brio alla propria vita sessuale, va bene. Ma l’Amore, quello vero, è cosa altra. L’Amore è impegno, l’Amore è fiducia, l’Amore è rispetto reciproco. E benché in questo tuo racconto credo che il rispetto tra i due ci sia, visto che è una cosa che amano condividere, non credo si tratti di un rapporto sentimentale vero. Non è né più né meno di una convivenza con qualcuno che ti eccita e con cui condividi il letto. Perché l’Amore è qualcosa di elitario ed esclusivo. È questo che lo distingue da un rapporto di amicizia, da un flirt al bar, da un “amico di letto” o da qualsiasi rapporto che tu puoi instaurare con uno come con altri mille senza troppo impegno. Ovvio che i due non temono rivali: fanno praticamente ciò che vogliono. Condividendo lo stesso letto come lo stesso tetto.

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    1. Mariano, comprendo perfettamente il tuo punto di vista, ma se c’è una cosa che sto imparando è che l’amore non ha una definizione. E’ soggettivo, niente di più lontano da qualcosa di preciso. E’ un’emozione, non utensile che puoi prendere in mano e dire “ha tre punte, è liscio qui, di legno sul lato”. L’amore di cui parli tu è un’idea romantica, e assolutamente condivisibile, ma che non è unica. Non puoi dire che quello che provi tu è amore e quello che provano altri no perché non corrisponde al tuo. Sarebbe come dire che una famiglia di due padri è meno famiglia di quella tradizionale perché… perché?
      Questo paese è pieno di famiglie i cui sposi, dopo trent’anni di matrimonio, neanche si sopportano, neanche fanno sesso, neanche si divertono in qualche modo. Magari vanno avanti per i figli, magari per routine o per paura di alternative piene di solitudine, ma possiamo dire che non è amore? L’impegno, la costruzione di qualcosa di affidabile, è amore. E questo non ha schemi. Può essere fatto a due, a tre, può essere eterosessuale o gay. Non è la monogamia che fa l’amore. O almeno, io non lo credo affatto. E’ stare insieme che fa l’amore. E’ tenersi la mano in ospedale che fa l’amore. E’ prendere il pane che fa l’amore. E tantissime altre cose che non necessitano della monogamia a tutti i costi.

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      1. Non lo so. Forse io sono troppo bacchettone o sarà che provengo da schemi familiari e mediatici che ci propongono l’amore come qualcosa di esclusivo. Ma non riuscirei a condividere la persona che amo, fosse anche solo per una notte. Non voglio essere presuntuoso, non credo che il mio amore valga più di altri soltanto perché a due. Ma ho trovato troppo semplicistica la similitudine dell’SMS nascosto, o di quella “distrazione” che è dell’animo umano. Con questo non dico che non ci siano, anzi: oggi tra facebook, WhatsApp, social di ogni tipo è facile incappare in una tentazione. Ma ritengo che se ami davvero una persona, tradirla è come tradire te stesso, e condividerla ti darebbe la sensazione di perdere non solo lei in quanto tale, ma quel micro-mondo che si costruisce e di cui si fa parte.
        Ti ringrazio per la tua risposta, per il garbo, per la condivisione di post che fanno comunque riflettere.

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  13. per me ci sta, ogni coppia trova la propria stabilità
    se alla base c’è amore e rispetto altrui, non devono giustificarsi con nessuno
    l’equilibrio è garantito
    le coppie che scoppiano sono quelle che non sanno gestire gli eventi che per la società sono fuori dal comune.
    ben scritto Paolo

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