I social ci stanno rendendo vuoti, esibizionisti e annoiati

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Le conseguenze della vita virtuale sulle nostre esistenze reali:

– SESSO. Ragazzi, abbiamo smesso di scopare. La vita sessuale di un novizio in monastero è preferibile a quella di una bellissima ragazza di 28 anni che fa la PR a Roma. Il motivo è che siamo talmente estraniati dall’approccio reale che abbiamo traslocato l’intero pacchetto delle relazioni su Facebook. Il corteggiamento si è arreso alla richiesta di amicizia, e il primo appuntamento ha dato il posto alla prima lunga chattata fino alle quattro del mattino, durante la quale ognuno ha il tempo di escogitare un profilo allettante per chi c’è dietro all’altro schermo. E la “relazione” del giorno si conclude con l’ultimo atto: che mi faresti se fossi lì? Io te lo metto qua, tu succhi messa così. Mi mandi foto chiara dell’uccello? Mandami foto da vicino delle dita sulla figa. Guarda in foto come sto messo, ti prenderei così, sto godendo, aaah, sì, vengooouuu, sono venuto. Che sonno, crollo, notte. Il giorno dopo spariti.
Risultato? Siamo fidanzati con la plastica del computer, intiepidita dalla batteria. Non ci si incontra per un caffè, nessuno ricorda i polpastrelli dell’altro sul collo e il calore dei petti uniti. Niente baci inaspettati davanti al portone. Nessuno si guarda negli occhi, si riveste per tornare a casa e ammirare, nel torpore dell’auto, l’alba e i colori violacei che risvegliano la città.

– TEMATICHE. Sui social non frega niente di approfondirle. Il popolo di internet condivide gli articoli di Repubblica o de Il Fatto semplicemente leggendo il titolo, intuendone la sostanza e sparandolo sulla propria bacheca. Ammettiamolo, quante volte lo abbiamo fatto? Se i giornalisti, oggi, annaspano nel precariato e il valore degli articoli si è abbassato di molto, è perché la gente non ha tempo per leggere un’intera cartella World di un quotidiano, ma fa prima a condividere lo screenshot del tweet di Luxuria su Giorgia Meloni. È più divertente andare sulla bacheca di Selvaggia Lucarelli e gustarsi le frecciatine che lancia a politici e gente dello spettacolo che hanno fatto una gaffe. Ci rassicura poter tifare per qualcuno che riesca a semplificare dibattiti spinosi. Per non parlare dei mezzi d’informazione tramite blogger. I loro articoli? Due immagini 600×500 di Malgioglio, titolo “Ecco cosa ha detto sulle Unioni Civili” e il contenuto in testo ridotto a “Credo che i bambini debbano avere una mamma e un papà”. Fine.
Il risultato? Non ci poniamo più esami di coscienza, prove personali su temi della vita. Non abbiamo uno spirito critico sulla cronaca, sugli avvenimenti. Prendiamo in prestito ciò che pensano gli altri. Come i cattolici fanno con Dio, carpendo dalla Bibbia le sue tesi, noi postiamo su Facebook quello che gli altri hanno già postato.
Abbiamo perso l’opinione personale. Ma quel che è peggio, ne siamo felici. Ci fa piacere che gli altri ragionino per noi e risolvano l’annoso problema di commentare il mondo.
Campiamo di luoghi comuni, e quando Facebook, ogni giorno, ci chiede “a cosa stai pensando oggi?”, ci sentiamo in dovere di rispondere. Come? Cogliendo al volo l’occasione dal banco. Je sui Charlie, la foto del bambino immigrato morto sulla spiaggia, il sostegno a Parigi per l’attentato, no all’omofobia, giornata della memoria, giornata dell’Aids, giornata della violenza sulle donne.

– SOGLIA EMOZIONALE. La rapidità del mondo social ha abbassato la nostra soglia d’attenzione. Mentre prima bastava schioccare le dita davanti alla faccia per distrarre un amico, oggi il pollice con cui sfrecciamo sullo schermo frena solo se vediamo qualcosa che faccia ridere, ridere, ridere cazzo! O magari teneri video di gattini che cadono, cagnolini coi vestitini, scimmiettine che mangiano noccioline, pipistrellini coi pannolini accarezzati da ditini. Oppure i video di Tasty. Avete presente? Quelle clip di 25 secondi dai colori sgargianti, con le ricette culinarie a cui assistiamo sbalorditi e che commentiamo con OOOH, DOBBIAMO FARLO PURE NOI!, ma sono piatti come pane e pummarola, che già mangiamo dal 500 A. c. e che nonna ci fa ogni domenica.
Tutto ciò che non è video divertenti, video di animali e video di cucina lo scartiamo.
Il risultato? Non abbiamo un’eredità. Attaccato al cuore, all’anima e ai sorrisi non resta nulla. Bastano 24 ore per resettare la gigantesca massa di futilità, dimenticarci di ciò che abbiamo visto, e il bagaglio emotivo che ci ritroviamo è vacante. Non ci arricchiamo più di stati d’animo che fanno dei ricordi, che creino déjà-vu per il futuro. Ma andiamo avanti come carcerati, che ogni giorno si svegliano, mangiano, fanno una passeggiata nel cortile e poi ritornano in cella, senza la possibilità di valorizzare le singole giornate.

– PUBBLICITÀ. Senza rendercene conto, abbiamo sostituito le televendite. Nella vita reale gestiamo profili virtuali che fanno il lavoro di spot pubblicitari. In maniera del tutto ignara, beata. Avete presente quando postate le foto con un bel paninazzo del Mc Donald’s? Fateci caso. Faccia soddisfatta, logo sulla Coca Cola, logo sulla carta del panino, logo del locale che vi circonda. Il miglior spot pubblicitario che possano volere. Altri esempi? La foto che scattiamo eccitati alle scarpe nuove della Nike, che abbiamo ai piedi mentre siamo ancora nel negozio di Foot Locker. E ancora computer acquistati, cellulari regalati, maglioni ricevuti, Gratta&Vinci, auto, occhiali da sole, discoteche, patatine.
Marchi, marchi, marchi. Nella discrezione totale abbiamo agghindato il nostro piccolo alter ego social di tutto ciò che compriamo, e che lui stesso promuoverà sul web, incitando gli altri ad acquistare. Perfino quando guardiamo semplici video di gente con parrucca che fa scenette comiche come SHOPPING FEMMINILE VS SHOPPING MASCHILE, alla fine ci troviamo il tizio che urla «tagga un’amica o un amico e condividi!!!» E noi lo facciamo. Tagghiamo e promuoviamo, come zombie ammaestrati.
Il risultato? Siamo più poveri. Per spirito di emulazione irrefrenabile, compriamo, e nel 2016 siamo ancora convinti che sia semplice crisi economica. Ma in realtà rinunciamo a pochissimo, e risparmiamo solo per i prossimi saldi. Non abbiamo la capacità di selezionare hobby individuali, e finiamo per acquistare libri che non leggiamo, piante che lasciamo morire, tazze Ikea dentro cui non versiamo niente, tute che non mettiamo perché non andiamo nella palestra in cui ci siamo segnati. Solo perché lo hanno fatto gli amici social.

– ASPIRAZIONI. Una volta volevi lasciare la tua impronta nel mondo? Diventare un avvocato paladino dei diritti sociali? Essere un genitore memorabile e mostrare ai colleghi il disegnino di tuo figlio dell’asilo che ti ha ritratto come genitore migliore dell’universo? Fanculo! Oggi, noi trentenni agogniamo a lasciare un commento epico sotto il post Facebook di Salvini, o twittare il Papa in maniera saccente – della serie dito indice afroamericano sventolato con smorfia spocchiosa – solo per screnashottarlo, pubblicarlo, avere seimila condivisioni e diventare l’epic winner del giorno. Progetti lungimiranti, direi.
Ma non solo. Se prima volevamo nutrire la nostra voglia di riscatto, distinguerci, e perché no, gonfiare l’ego, allora studiavamo per brillare in mezzo agli sfigati e per inorgoglire papà, o cercavamo un modo per fare soldi ed elevarci sui nostri vicini di casa poveracci. Oggi fanculo! La vera sfida della vita si dipana con i like alle foto.
Perciò l’iter è iscriversi in palestra, tatuarsi e far crescere la barba. Dopo qualche mese, cominciare a spararsi foto casalinghe con la sigaretta tra le labbra, lo sguardo serio-giudicatore, mentre si finge di essere appena usciti dalla doccia, o mentre la pappa time davanti alla Tv, o mentre buongiorno mondo con sbadiglio. O meglio ancora, mentre si fissa il tramonto, scattarsi la foto e allegare una didascalia di dubbia attinenza, tipo “e mentre la vita corre veloce, noi stiamo fermi a sognare che ci dia delle risposte..!” con punteggiatura a merda.
Risultato? La speranza del 2016 è operare sulla propria persona fisica ma per progettare la notorietà su Instagram, superare i 1000 like a foto, far sbavare la platea, indurla a commentare frasi che danneggiano la dignità intellettuale, e far parlare di noi gli amici come di «è uno molto seguito su Instagram!».
In alternativa, se proprio madre natura è stata spietata, possiamo sempre darci al veganesimo e pubblicare foto di ciotole con dentro banane affettate e fragoline, mettere filtri Valencia a bomba e far dire alla gente «è un tipo salutista e molto seguito su Instagram!».

– EDITORIA. Visto che la gente trova noioso indagare le novità, e non ha voglia di appassionarsi a storie che divergano da quelle già lette e a cui è abituata, l’editoria si è piegata agli interessi dei lettori, monitorati attraverso i social. Invece di correre il rischio – e i guadagni – con scrittori mai sentiti prima o con storie inusuali, controcorrente o sperimentali, si è pensato bene di dare al lettore ciò che vuole. Perciò l’editore non cerca più nuove storie, ma lascia che sia il pubblico a decidere cosa gli piace leggere. La conseguenza? Andate in libreria a scoprirlo.
Sebbene ci siano innumerevoli scaffali pieni di titoli che probabilmente sono fantastici, quelli che vogliono i vostri soldi sono disseminati in vetrina o fanno da corona ai banchetti all’entrata. Personaggi famosi con la loro biografia ricca di eventi di cui manco loro sanno l’esistenza, perché romanzati da ghostwriter; libri di Youtuber o ragazzetti diventati celebrità meteore sul web; ma soprattutto harmony ed erotici soft. Copertine a tinta unita con un fronzolo disegnato sopra, tipo una piuma. Trame melense, lineari e ripetitive, centrifugate in pensieri terra terra e nell’amore più da scolaresca che ci sia. E infine titoli come “Tu mi cercherai”, “Io ti cercherò”, “Mammata mi verrà a cercare ’n’altra volta”, e così via.
Abbiamo capito che vi interessa leggere di ventenni che fanno angosciosi triangoli sentimentali, e alla fine si sposano e vissero tutti felici e con tre bambini? Magnifico, abbiamo il piano editoriale programmato per il prossimo decennio!

– CINEMA. Siamo passati da “una gatta sul tetto che scotta” a Fast and Furious 23. E no, per favore, non citatemi i film impegnati dell’era moderna. Perché a parte rari casi, i film impegnati sono solo luuunghe scene di nulla che formano trailer appetibili, con la vociona che dice “il film più atteso dell’anno”. Da chi?
E questo è uno degli effetti dei social. Per la stessa necessità che patiamo di essere stimolati, regredire poi a contenuti placidi non è più possibile. E cos’è che dava spessore e timbro cult ai film di una volta? I dialoghi. Nei film di una volta esistevano i dialoghi, pace all’anima loro. Dialoghi veri, credibili, folgoranti. Oggi, invece, grazie al morbo social che ci permette di focalizzare un punto preciso solo se sta esplodendo o facendo una figura di merda, non riusciamo più a dare valore a cose così mansuete come i dialoghi.
Avete provato a riguardare una puntata di Dawson’s Creek di recente? Ci sembra duri 130 minuti, anziché i 40 effettivi. Perché c’erano dialoghi. Le persone, nei film e telefilm antecedenti al 2005, producevano le trame discutendo, e forgiavano emozioni vivide conversando. Ma adesso abbiamo troppa fretta per stare a sentire davvero quello che l’attore dice. Per cui i film impegnati sono diventati dei capolavori di fotografia, raffinatezza e inquadrature artistiche, mentre tutto il resto è diventato commediole americane per sorridere una volta al minuto ma mai ridere davvero, o  UAAA! davanti a girandole di effetti speciali fluo, macchine detonate, città sgretolate da tifoni, guerre nucleari, cascate di sangue.
Risultato? Lady Gaga premiata come attrice.

Insomma, ci stiamo giocando la bellezza dell’essere nati, e l’incredibile dono che è essere coinvolti nella propria, piccola, ineguagliabile vita. Magari un po’ storta, con pochi amici, senza sballo, ma è la nostra vita. Non quella di tutti. Non la piscina social in cui facciamo una nuotata. La nostra, che nessuno potrà restituirci quando saremo vecchi. Perciò, piano piano, torniamo a riprenderci il ruolo da protagonisti di noi stessi e a sentire il sapore delle cose perché ci piacciono. Perché lo abbiamo deciso.

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