Quando tuo padre è un bullo

Quando tuo padre è un bullo

Papà non ha mai creduto in me. Mi ha sempre visto per il ragazzino grasso che alle medie faceva filone, credendo che fossi svogliato e incapace. Invece ero solo spaventato a morte da un ambiente che giocava sporco, con regole che mi era impossibile adottare. Così papà ha parlato di me come quello che gli dà una mano nel bar perché non ha alternative. Paolo? Sta qua, ci aiuta, diceva a chi domandava che volessi fare da grande. Non sono laureato, non ho la forza di un operaio, non sono carismatico per sostenere colloqui. E per un periodo piuttosto lungo della mia vita è stato convincente nel farmi credere che io fossi solo quello. Uno di due figli, quello su cui non scommettere. Uno che fa caffè nella sua stessa attività perché non riesce neppure a farsi assumere nel bar degli altri.
È stato un eterno duello, tra me e papà. Cominciò quando lo guardai con odio a tredici anni, ossessionato dai padri che invece i miei compagni di scuola abbracciavano, i loro piccoli campioni. Divenne prudenza quando comprese con orrore che il mio vigore non era nelle braccia gracili, ma nella mia testa. Finì in guerra quando disse che potevo fare quello che volevo, andare pure con gli uomini, ma non voleva saperne nulla.
Non lo ha mai guidato l’intenzione conscia di ferirmi. È stato solo un istinto irrefrenabile, un retaggio di sangue. Cresciuto con un padre disumano, lavoratore a dieci anni, giunge solo da un tempo in cui le famiglie non davano amore, ma generavano prole come si mandano gli uomini in guerra. E così lui non ha studiato l’affetto da nessuno. E tuttavia ha compiuto una scelta: non insegnarlo neppure a me. Una tradizione. Una vendetta morale. Ciò che ho passato io devi viverlo anche tu.
La settimana scorsa, in uno degli innumerevoli tentativi di sminuirmi, ho detto che non riuscivo più a fare il barista perché gli impegni editoriali si erano fatti pressanti. Ha riso, passandomi oltre. Coi suoi modi da bulletto, mi ha chiesto girandosi di spalle che altro mai facessi, oltre al barista.
Non ho risposto. Alcuni padri non accetteranno mai di scambiare il ruolo del padre con quello del padrone. Ma questa volta non mi ha ferito. Perché mio padre non sa che adesso, grazie al sogno che ha sempre visto come una fandonia, guadagno più delle briciole che lui mi ha concesso. Che grazie alla sua freddezza mi ha reso così insicuro da scoprirmi acuto. Mi ha dimostrato tante volte di non stare dalla mia parte, ma di giocare alle stesse regole che attuavano gli stronzi delle medie. Di essere uno di loro. Il più più forte di maniere.
Papà ignora che una cosa gliela devo. Non mi ha mai amato come si dovrebbe amare un figlio. Ma mi ha dato il potere di essere migliore di lui, e di creare nuove regole per stare al gioco. Regole che non prevedono prepotenza e voce grossa. Regole che un giorno ci condurranno a misurarci un’ultima volta, e lui scoprirà che tutto ciò che non mi ha regalato me lo sono conquistato da solo. Trovandosi di fronte alla spiacevole consapevolezza di non sentirsi dire “grazie papà” prima che se ne vada.

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4 thoughts on “Quando tuo padre è un bullo

  1. Grazie… Mi sento vicino alla tua situazione. È molto frustrante, e mi immagino la grande soddisfazione provata nel poter dimostrare di essere migliore di lui (anche se ,immagino, non lo ammetteranno mai)… Ma ho avuto la fortuna nella vita di aver trovato una ragazza con cui progetto di creare la famiglia che io non ho avuto e con cui spero di poter diventare un buon padre.
    Grazie ancora

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  2. Ciao Paolo, più leggo i tuoi scritti e più il quadro si completa, mi spiace per ciò che hai passato e subito, ma so che sei migliore, molto migliore, lo so, un abbraccio

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