Le parole proiettile

Le ore. Parole proiettile

All’età di 8 anni mi sentii in dovere di dimostrare a me stesso, ma di certo anche alla società degli altri bambini, di saper andare in gita tutto solo. Di essere un ometto. Che papà non ci credeva perché non giocavo al suo pallone d’amore. Per il pallone l’amore ce l’aveva, e certo. Mamma invece riteneva, nel suo silenzio di cui imparavo man mano le fobie imbarazzanti, che fossi un bambino molto strano, bisognoso di qualcosa che lei proprio non sapeva dove si comprasse, magari assieme alle uova e al detersivo, facile da pagare con due spicci. E che ti vuoi sapere, quando una cosa è semplice come il dire vai bene così e non ti preoccupare, pensa solo a crescere nelle gambe e nella gioia. E allora salutai lei e papà con la voglia di riscatto e il coraggio di uno forte contro il drago, e l’azione cattolica ci portò in montagna a suon di chitarre e di palloni.
Non legavo con nessuno, ma già me lo aspettavo, non ci sapevo fare bene a imitare gli 8 anni degli altri, nonostante passassi il tempo studiarli come fossero fenomeni sorvolati, loro che invece gli 8 anni li sentivano e gridavano. Nessuno mi chiamava a cantare seduti sui ceppi, e nessuno voleva condividere la stanza con me. Eppure, essere un bambino strano non poteva stabilire il mio destino, mi ripetevo, altrimenti che avrebbero detto mamma e papà, se poi avessero avuto ragione?
Dei ragazzi più grandi mi presero in giro per tutto il primo giorno. Fu facile, perché ero quello che non usava scudi per guardarsi intorno. Mamma, ansiosa e poco attenta a come andasse il mondo fuori dalla sua cucina da igienizzare a più non posso, mi aveva sistemato nel borsone un barattolo pieno a metà di Nesquik, nel caso il latte a colazione fosse stato solo bianco, e a me non piaceva solo bianco. Le avevo detto che mi vergognavo, ma lei niente, e quelli lo notarono e risero, puntando dita che mi parvero mille. Poi risero ancora lungo il cammino roccioso che facemmo tutti insieme, chiamandomi ricchione e ricchioncello, perché non mi picchiavo con nessuno. E infine, per caso, correndo come dannati nel mio piccolo angolo sotto un pino, mi uccisero l’unico compagno che avevo, un bruco a cui davo l’insalata da una settimana, e con cui cercavo di replicare quei rapporti immaginari che le bambine chiamano mamma e figlio giocando con le bambole.
Non mi torna in mente che tipo di proiettili a parole usarono tra una risata e un’altra. Oltre a ricchione, ovviamente. Ma fu quella volta che mi sentii solo per davvero. No, non era tanto realizzare che non avrei mai avuto 8 anni veramente, con quella sciocchinezza che m’impegnavo a indossare e non mi entrava, di un’età che mi tenevo unicamente se mi contavano i centimetri d’altezza. Ero solo, solo in mezzo a decine di ragazzi in festa, perché non facevo male a nessuno, non mi pungolava il bisogno di ferire, e qualcuno invece mi voleva far del male nonostante non avessi cominciato io per primo.
Era una cosa brutta che non capivo. Era una cosa brutta che rifiutavo.
Su un monte di notte, distante da casa, in una baita di legno ricolma di gente a proprio agio, attesi che il mio compagnetto di stanza prendesse sonno, e lo fece subitissimo, quel disgraziato sereno. A me mancavano troppo le mura di casa, il mio mondo di giochi che era piccolo e stupido e fatto di nessun amico vero, sì, ma nessuno poteva entraci e far danni. Mi rannicchiai in un angolo, sveglio di paura, e piansi per tutta la notte che per quanto mi riguarda ebbe un sacco di ore in eccesso, rispetto a una notte qualunque. Mi mancavano mamma e papà, che se strillavo venitemi a prendere lo avrebbero capito per sempre, che non ero un bambino come ci speravano tanto. Lo avrebbero confermato quelli più grandi, che ero ricchione, che poteva fare rima con fifone. Mi mancava essere solo con me stesso, meglio dell’obbligo di restare solo in mezzo a tutti. Mi mancava il mio bruco, l’unico che non dovevo convincere.
Non potevo fare niente, neanche piangere senza mani premute sulle labbra, se no quell’altro bambino si svegliava. Potevo fare l’ultima cosa a cui mica avevo mai creduto, ma in una notte di viaggio nel buio del mio tormento dovevo provare comunque. Pregai. Essì, pregai. Se dio era buono, lassù come ripeteva sempre nonna quando mi pagava per andare a messa, allora forse mi avrebbe ascoltato. Dissi sottovoce tantissime volte ti prego dio, ti prego dio, aiutami tu. Fai qualcosa, dio mio, aiutami tu. Io qui non ci voglio più restare. Con la gente che sputa proiettili non mi lasciare. Voglio tornare a casa. Non fa niente se sono codardo, se hanno ragione, se sono ricchione, ma portami a casa.
Svenni che era l’alba, guardando quel blu strano che si vede solo alle cinque e segna la fine delle ore di paura, e vidi pure uno scoiattolo sulla finestra. Al risveglio mi parve di aver faticato tantissimo, ma fui felice che un giorno dei cinque giorni già se n’era andato. Eppure sapete una cosa? Ce ne andammo. Ce ne andammo veramente. Ce ne andammo subito, il tempo di fare colazione, e sì, vaffanculo, quelli non ebbero niente da ridere, quando portai di sotto il mio cacao per il latte. Anzi, nessuno ebbe niente da ridere. Con le facce senza colore e i bisbigli all’orecchio, i più grandi ci accodarono sull’autobus e riprendemmo le strade che piano piano si rifecero consuete, senza suonare una chitarra e senza filastrocche. Perché, nella notte, il prete nella stanza di sopra era morto nel sonno.
Io da quel giorno non ho più provato ad avere un amico davvero. Cioè, ci ho provato, lo giuro sulla madonna senza incroci, ma non ci sono riuscito. Diciamo, piuttosto, che non ho più creduto. Ho creduto a tantissime parole, ma poi succedevano sempre altre parole, le parole a proiettile che non ti vedono in faccia. Le parole che mi pigliavano e mi trascinavano tutte le volte in quella cameretta da solo, da solo con un altro che dorme e non ha idea del mio tormento. Sì, non ero solo veramente, ma quanto mi era distante, che mi vedeva e non mi notava. Quanto era distante, dalla sua sponda di letto alla mia sponda. Ero solo, io con me. Pure oggi, dopo 18 anni che il bambino è cresciuto, c’è un uomo che dorme accanto a me, e io le parole ancora non le capisco. Che cosa curiosa, che il tempo continua a non passare. Io ancora non capisco com’è che abbraccio un uomo eppure non lo afferro, non lo sento, non mi fido ad ascoltare le promesse. Dico non è cosa. Dico una bugia. Dico lasciami stare.
Ormai mi metto vergogna di dire dio mio, ti prego, aiutami, dio mio. Non ho più 8 anni, insomma. Me ne posso andare, però, certo. Me ne vado sempre io. E invece della camera col prete a pochi metri, oggi, ci sono le rampe di scale, di questo e quel palazzo, in cui piango fino al portone.

Eh, le parole. Le parole che la gente si lancia per farsi la guerra, per farla scoppiare solo per paura che l’altro possa anticiparci. Le parole che mettono i solchi, tra una parola buona e un’altra. Queste parole che fanno tutto il mondo, che non si vuole ascoltare, che non si decide a stare zitto per darsi una carezza gentile. Parole, perfino quelle che mamma non diceva, e magari mi potevano salvare.

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