La nonna dei segreti

Le ore di notte. Nonna

Stavamo spesso io e lei, nel salottino umile dall’orologio a pomi roteanti. L’intonaco franava per l’umido e tutto profumava di nonna, dal divano di pezza al cucinino di ferro ammaccato. Mi faceva pane e olio e mi chiedeva sottovoce che facesse papà. Tutti e due non avevano il coraggio di chiederselo a vicenda. Più invecchiavano, più sembravano bambini timidi.
Un pomeriggio di quando ero ragazzino, e portavo i pantaloni mai abbinati alla maglietta del mercato, giocavo sul suo balcone. Era sola, come quasi tutti i pomeriggi, ma ancora distante e al sicuro dal tempo che l’avrebbe gonfiata di liquidi. E chi lo sapeva cos’erano, quei benedetti liquidi di cui i parenti bisbigliavano.
In realtà, non mi portavo dietro nulla, ma improvvisavo con i pochi ninnoli che nonna aveva in casa. Sceglievo sempre le fotografie ingiallite dei parenti morti, con le cornici d’ottone, che mi piaceva inchiodare nelle crepe del balcone, nella pietra viva. Pensavo che lasciandole lì, ordinate in fila, le rondini che intrecciavano nidi sotto il tetto le avrebbero studiate di notte, guardandole come noi guardiamo la televisione. E ci avrebbero imparato, riconosciuto, ritenuti di famiglia, non ci avrebbero lasciati più, e sarei cresciuto e loro mi avrebbero sempre ricordato. Ma poi tornava nonno e nel suo cuore non c’era più spazio da molto per la confusione e per la pazienza. Un anno prima aveva sparato ai piccioni che sporcavano il pianerottolo, e riusciva solo a peggiorare con l’età, che gli cospargeva il volto di rughe feroci. Sbraitava con nonna e lei metteva tutto a posto.
Quel preciso pomeriggio, nonna abbandonò la piccola cucina, in cui entrava a malapena e c’era sempre una caffettiera fatta, perché cenava con quello e dei biscotti. Venne a chiedermi a che punto fossi col mio accuratissimo lavoro con le foto, e siccome mancavano ancora una signora con lo chignon e un vecchietto con la coppola, nonna restò con me a prendere il sole di agosto. Nel badarmi, scorsi che la guancia e l’occhio le ballavano. Se ne accorse di sorpresa, si schiaffeggiò la faccia vergognata, e io risi e dissi che si muovevano pochissimo, anzi quasi niente. Però quel fatto della pelle tremolante mi spinse a confessarne un altro, perché nessuno mi aveva mai raccontato che le facce potevano tremare, e magari c’era della magia di mezzo. Le confessai allora, in confidenza, e solo a lei, l’unica a restare ferma nella capacità di ascolto quando uno parlava, che vedevo le cose strane. E ne avevo paura, anche se mi piaceva un sacco. Le raccontai che quando giocavo con gli altri bambini del parco, guardavo certe cose, un citofono o una bici dalle rotelle corrose, e lo sapevo che apparivano così come l’uomo le aveva inventate. Certo che lo sapevo. Eppure mi sembravano in un altro modo. Mi sembravano di un altro colore, mi sembravano che… Be’, nonna pareva perplessa e non si accorgeva che le ballava di nuovo la guancia. Allora, sempre in confidenza, aggiunsi che quando guardavo una cosa non riuscivo a frenarmi, neppure stritolando forte i pugni, nell’immaginare che quella saltellasse, che sputasse fiamme, che mi parlasse, che puff sparisse, che s’ingigantisse, che librasse, che facesse le scintille, che mi salutasse con una manina furba senza farsi accorgere dagli altri. Non riuscivo a smettere di vedere che tutte le cose del mondo mi erano amiche.
Secondo me, nonna ipotizzò un malanno, lì per lì, ma poi la guancia smise di fare la sgarbata e lei sorrise. Tutta la faccia insieme comunicò la leggerezza di chi già sa, già sapeva e ti aspettava. Sussurrò, come quando domandava che facesse papà, che non c’era niente di male a guardare le cose così grandi, dipinte o danzanti. Però non dovevo dirlo a nessun altro, croce sul cuore. Fece no col dito ossuto e categorico. Non perché severa, ma perché ci teneva. Era una cosa di cui aveva già appreso le regole, durante la vita con un uomo scorbutico accanto, che aveva svuotato la casa di gioia e lasciato solo ciò che era necessario per andare avanti. No!, disse nonna, perché per gli altri, quelle cose come il citofono e la bicicletta restano comunque mute, di un colore e basta, di una certa grandezza e senza le scintille. Senza mani per fare amicizia. Disse no!, bello di nonna, passa il tempo con gli amichetti tuoi, abituati ai giochi comprati nel cartone, ma non dire che vedi giochi che nel cartone non ci stanno. È un segreto solo tuo, questo qua.
Ma io lo capii, invece, che era un segreto solo nostro. Lo capii tornando a casa e salutandola dalla strada, lei malinconica su quel balcone. Dove mi piace pensare che stia ancora a guardarmi passare.

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