I ragazzi sbagliati li ricordi meglio

I ragazzi sbagliati li ricordi meglio

A sedici anni decidi di baciarmi tu. Ma che pensiero, ma guarda che gentile.
Io neppure ti voglio. Io neanche ho mai fantasticato su me e qualcos’altro che non abbia presa e START, figurati. Sono tutto impelagato in un gioco tipo Il signore degli anelli pezzotto, dove una maga di nome Maria fa incantesimi coi pixel enormi. E vado ancora bene a scuola, disgraziato, visto il danno che mi hai fatto? Il tempo di accendere la prima cotta della vita, e mi dici che hai cambiato idea, meglio la via della fessa, e ti viene di baciare una mia amica. Che non era mica amica, e tu non eri mica onesto. Superiori a smagliature, e io a pezzetti nella stanza a lacrimare. Quando hai quest’età tutto è l’apice del dramma, sei suscettibile come al capolinea, ma il meglio del difficile non è mai nel primo atto del gioco.

A diciott’anni scopro che si può perdere la ragione a letto, come se bulli e stare al passo coi tagli del capello non fossero abbastanza. Non mi piaci granché per il resto, ed sono stato chiaro, l’esame di patente mi aspetta domani e dovevo dormire. Ti dico pure di non parcheggiare troppo avanti, perché col buio non vedi niente e fai spallucce, sei un ottimista e basta, di quelli che “ma stai tranquillo, fammi fare!” Risultato? Sprofondi nella sabbia con la tua carretta, e mi è già chiaro che nella vita avrò sempre ragione io, con voi uomini a spallucce. Mentre picchio il tuo testone montanaro, un fuoristrada ci presta soccorso. All’una del mattino, sul ciglio di una strada sospettosa, io e una prostituta anziana vi guardiamo scavare sabbia con le mani, te e quell’altro giuggiolone che sia lodato il cielo tradisce la moglie al momento opportuno. L’imbarazzo è pesante, ma lei e la sua parrucca prugna sdrammatizzano gentili, dando per scontato che il mio lavoro e il suo siano quasi lo stesso, a quest’ora di stelle.
Il mattino dopo con due occhiaie così faccio zero errori all’esame. Sei salvo, non t’ammazzo. Ma non fai per me, lo sappiamo entrambi.

A vent’anni sei un motociclista di due metri e due facce d’umore, ma io non lo sapevo mica che avevi problemi di legge e rotelle. Il weekend si fa sogno e poi dramma, e sventolo l’idea della denuncia, per sbarazzarmi delle tue chiamate pazze d’amore inventato e non sentire più quei rombi di motore sotto casa. E io, scemotto tutto illuso, che andavo matto per motori brum brum e giubbotti di pelle, al posto dei cavalli bianchi e dei mantelli. Poi ho capito che bisogna difendersi da soli ed evitare quelli che sogniamo ci difendano. Che le strade non sono quelle delle fiabe e i lupi stanno dentro il cuore.

Sei arrivato tu che fai il calciatore velleitario, cibo per teenager e sorriso da schiaffi. Hai ormai trent’anni, la fidanzata a casa a far la pasta, cresci!, ma sei alto, masculo e abbronzato. Wow, che fortuna, me, proprio me? Ma quale onore! Sei il primo a pagare una pizza, ma pure il primo a mostrarmi che si gioca da soli, se si è troppo convinti. Io mi abbasso per fare quella cosa che a te piace tanto, e ne approfitti per dirmi che hai polpacci da urlo. Quante volte alzo gli occhi al cielo e dopo osservo con minuzia i dettagli dell’auto, con la tua mano sulla nuca, mentre parli a te stesso e io mi assento. Te la ricordi quella sera? La sera che stiamo in auto e nella quiete del parcheggio, con la boscaglia intorno, sentiamo una tizia che strilla come in un delitto? Io ti dico vai a controllare che ho paura, e tu sei lì che ridi, io non rido e ridi ancora, perché sicuro la stiano trombando a due nell’auto accanto.
Non può funzionare tra noi, perché spero ancora che il mondo non sia solo questo: tu e il tuo specchio e nessun dubbio.

A ventuno anni è un’estate rovente, ho i capelli lunghi fino al collo e succede per caso tra gli arbusti. È solo sesso e sai com’è, abbiamo altro per la testa. E invece no, mi perdo nella tua, di testa, desolata come tundra nell’inverno. Troppo facile per te, ci sei abituato, coi tuoi anni sui quaranta, i culi giovani a gettoni e gran bevute. Tu sei il primo vero stronzo, il temuto con la S, non uno in tirocinio come gli altri. Tu sei fascino, sei in gamba, sei giovane in campagna e poi l’adulto in carriera su a Milano. Ma se corri troppo la vita non fa sconti, e un malanno ti trascina via la fatica di una vita. M’improvviso un po’ infermiere e ti metto i punti a quel sorriso, ma la nostra storia è tutto un MA, il destino mi dirotta lì a Torino.
Eh… quanti pianti. Perché non ti degni di chiamare, stronzo? E che stupore che dopo mesi ricominci a lavorare proprio qui, dov’è che sono, proprio qui a Torino. Ma il destino coi suoi MA è una cosa e tu sei un’altra, tu che vai dietro a tutti per sentirti ancora vivo, padrone di che cosa? Due anni a ribadire quanto ci odiamo e troppo male combaciamo, tra una cura e una fuga, accontentando solo l’altro e mai capendo che bisogna campare di gioia. La propria. Due gioie che si incontrano, non una alla volta. Sbagliatissimi insieme, e sbagliatissimi separati.
Mi aggrappo ai sogni miei, e loro mi salvano.

A ventiquattro anni sei sposato, e io davvero lusingato, con le pezze al culo, se parliamo di sentimenti e due riguardi, ormai. So che è ingiusto, il capriccio e la colpa, ma tu con quel tuo fare d’altri tempi vinci sempre. E se non mi avessi presentato il bimbo che da poco ha il tuo cognome, forse non te lo darei un bel un calcio in culo.
Sto crescendo, ormai, ci sono quasi. Ci sono quasi a capire com’è che vanno le cose tra gli adulti.

A venticinque anni so già che non è cosa di provarci con uno che non ha in mano che il rancore. Sgarrupato come si racconta solo in quei filmetti e mai si prova, e io ti provo sulla lingua e nella mente. Stupendo, maledetto, malinconico negli occhi. L’essenza di colonia che porti sul colletto mi stordisce, e l’erba da fumare sulle dite invece mi spaventa. Mi tocchi e sei in un mondo di freddo e paura. Ma io, questa paura, la conosco fin da bimbo e l’ho abbracciata. Non vivo nel tuo mondo e non ci torno.
Tu scegli l’indeciso, le giornate senza date e senza sveglia, il rimandare a un domani che non sai se giungerà. Ci piacciono le stesse cose di musica e carezze, ma non è vero in fin dei conti, sto fingendo per sentirmi uguale a te, per una volta. È solo facile star bene da una collina in primavera, le pale eoliche che girano e nessuno fa rumori e ci si abbraccia. Se solo fosse primavera per sempre, eh, ragazzo mio adorato?
Mi aspetto che fare quasi a botte con quello di prima sia un atto di coraggio, un pegno di legame per cui prego, ma io mi sbaglio sempre. Sono l’asso degli sbagli. Però, con chi me la piglio, parliamoci chiaro e tondo? Lo so che sbaglio, quando sbaglio con delizia.
Me ne vado io, ma tanto uno può solo andarsene, quando nessuno gli chiede di restare.

A ventisei anni, che mi sembrano il doppio, c’è un tipo buono che vuole darmi coccole, le stesse che speravo un tempo, quel tempo di guerrieri e draghi tutti uccisi dalla vita vera. Adesso, che le città non sono magiche e il reale ha fatto il suo, non lo so più se voglio le dolcezze. Mi sembrano bugiarde, mi sembrano una tenda per qualcosa di nascosto dietro, e ormai chi se ne frega che nascondono le tende. A me, delle tende, non frega più un cazzo, mi dispiace.

Poi ci sono i fiori. Questi fiori che se gli do tre grammi d’amore mi rimandano sei gemme nuove, e non è che un giorno mi dicono di averci ripensato. E smetto di fare l’ipocrita, neanche io ci ripenso, sui miei fiori. E mi pare una giusta ricompensa, dopo tutto il tempo di cose che vanno e mai vengono. Ragiono sulla ricompensa che uno si aspetta quando fa dei gesti belli per un altro. Chissà quanti gesti non ho apprezzato, mentre i miei uomini sbagliati non apprezzavano i miei gesti.
Non so com’è quando funziona un po’ tutto. Per adesso lo faccio con i fiori. Questa è una cosa bella che mi tengo.

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