D&G, l’omofobia d’opinione e il gender

D&G e i polly pocket

A 5 anni volevo giocare con i Polly Pocket.
Davvero. Ero attratto da quei piccoli mondi colorati in cui mi sembrava di potermi nascondere – soprattutto dal vecchio del piano di sotto con sei dita alla mano destra, e immaginatevi i brividi nell’andare all’asilo ogni mattina con quello che mi salutava sul pianerottolo -. In ogni caso, sapevo che i Polly Pocket erano una prerogativa delle donne.
Una domenica di nuvole e suppliche andammo tutti al centro commerciale. Papà si mise le mani nei capelli e poi in tasca, controllando terrorizzato che nessuno arrivasse al reparto giocattoli per femminucce. Mamma mi fece scegliere la scatola. Io fui categorico: additai la casetta a forma di cuore lilla.
Durante il ritorno, in auto si respirava un’aria tesa. Mio padre evitava la mia gioia, mamma mi sorrideva sorniona dallo specchietto, mia sorella mi fissava per capirmi, e io dal posto di dietro ero certo di aver commesso un crimine. Divertente e insieme indicibile. Capii di aver ottenuto qualcosa che non mi spettava, per volontà atavica del mio sesso. Mamma, infatti, mi sussurrò di non confessarlo a nessuno, tra le madri e i loro figli del condominio. Perché un bambino gioca coi robot, non con le bamboline. Mi educò, pertanto, al segreto e alla vergogna per i miei istinti.
Arrivato a casa, cacciai dalla mia stanza i sensi di colpa, chiusi la porta e aprii la casetta dei Polly Pocket. Dentro sgomitavano ben tre piani: parrucchiera, cosmetici, terrazzo floreale. Più una pista pattinaggio in cui potevi incastrare la Polly e farla girare tipo a Notti sul ghiaccio di Milly Carlucci.
Non sto neanche a dirvi quanto fossi felice di giocarci, che i miei lo ritenessero sbagliato o meno. Era ciò che desideravo e non facevo male a nessuno. Tutto qui. Eppure un gran numero di madri, nell’odierno, è spaventata a morte dall’ideologia gender.
Ho cercato di informarmi su Google e c’è grande confusione. Un po’ perché molti articoli sono di stampo religioso. Un po’ perché è un tema davvero complesso, che ci riguarda tutti. Ciò che ho capito è che questa ideologia gender sostiene che “donna” e “uomo” sono concetti sociali, che spesso vogliono dire “casalinga” e “minatore”, “madre” e “padre”, “sensuale” e “macho”. Dunque stereotipi.
L’ideologia gender dice che siamo fatti di tante sovrastrutture sociali, che talvolta ci impongono di sentirci figure, sentimenti e attrazioni che non ci stanno bene addosso. Che una donna può sentirsi un uomo, un uomo può sentirsi donna. Ma anche solo che una donna può bere birra e ruttare e un uomo fare la lavatrice.
I movimenti contrari, invece, sostengono che ogni cosa biologica deve essere lasciata tale. Facciamo un esempio:

Donna ansiosa che detesta il paesello in cui il suo uomo la costringe a vivere = considerata mamma
+
Uomo assente, scorbutico e sentimentalmente analfabeta coi suoi figli = considerato papà
+
Io che gioco coi Polly Pocket = considerato figlio futuro operato di vaginoplastica

A otto anni, con grande stupore, non divenni Paola e non mi prostituii. Anzi, mi ritrovai nel reparto giocattoli a scegliere, senza dubbi, il castello di Batman e i guerrieri ninja. Sfanculai i Polly Pocket e li regalai alle mie cugine. Nessuno mi aveva guidato a questa scelta, perché già da bambino ero un tipetto a cui le regole stavano strette come i jeans di H&M dopo il pranzo di Pasquetta con l’antipasto di musso di porco al limone. Niente. Una scelta impulsiva, giocare con Batman.
A scuola mi prendevano in giro tutti. Sì, perché sembravo frocio. No, non perché a lezione di flauto simulassi Woman in love di Barbra Streisand o mi rinfrescassi lo smalto tra i banchi. Ma perché ero un ragazzino educato, timido e gentile, e queste sono altre prerogative delle femminucce, e quindi sei frocio. I maschietti, si sa, si sgozzano, infilano i compagni con la testa nel cesso, giocano a calcio per le massime speranze dei padri di vederli acquistati dalla Salernitana, minano la libertà dei compagni deboli fottendo loro i soldini e fumano in faccia ai bidelli. La contronaturalità della mia persona fu certificata a tutti gli effetti da un 9 in condotta sopraggiunto in seconda superiore. Se vuoi attirare il livore generale, è il mezzo più veloce.
A ventidue anni, nel pieno delle mie confusioni, feci sesso con un uomo sposato. Mi disse che viveva la sua sessualità senza vincoli e timori, con uomini e donne. Non era bisex o gay. Era quello che si sentiva ogni giorno, un uomo che lavora sodo, porta a casa lo stipendio, e ha desideri sessuali. Però, aggiunse, quelli della sua generazione dovevano sposarsi e avere figli. Per facciata, per spuntare la crocetta nella lista delle cose da fare per essere normali.
Normalità.
Ci ho riflettuto a lungo. Ho pensato a tutti i paesi che stanno legalizzando i matrimoni omosessuali, e a quelli che addirittura penalizzano la propaganda gay. Ma in generale, da una parte all’altra del globo, l’omosessualità ha bisogno di approvazione. Di qualcuno che ne consenta il lascia passare.
Così ho pensato: qual è la sostanziale differenza tra gay ed etero? L’utilizzo del proprio, privatissimo pene (e della vagina, ovviamente)? No, certo che no, troppo semplice. Dopotutto, qualunque omofobo rinnova il concetto che un gay, nel privato, può fare quel che vuole. La voragine tra gay ed etero sta nel fatto che il primo si aspetti l’autorizzazione del secondo.
È quell’aspetto fastidioso per cui i diritti dei “negri” dovettero passare per l’accoglienza dei bianchi. O per cui la parità della donna fu calibrata dagli uomini. Ecco, oggi attraversiamo lo stesso paradosso. Io, omosessuale, ogni giorno mi sveglio e so che qualcuno – dal comune cittadino al politico, da un commento lasciato sotto i post di Salvini  a qualche carica clericale strapagata con soldi pubblici donati alla Chiesa – stabilirà cosa dovrei fare, a quali aspirazioni dovrei calarmi, se sono contronatura o meno, se insomma mi spettano gli stessi privilegi che nessuno, nessuno, nessuno si sognerebbe mai di mettere in discussione per gli etero.
Un altro esempio? “Delinquente ingravida sedicenne” è un ipotesi sì sconveniente, ma tuttavia non destabilizzante, perché segue il naturale processo di inseminazione, e dunque quel delinquente sarà punibile per legge, ma pur sempre titolare della paternità indiscutibile della conseguente gravidanza. Mentre una coppia gay o etero non potrà instillare nella società lo stesso concetto di appartenenza, di credibilità e di famiglia nel momento in cui procrea con alternative a “io entro e tu resti incinta”, come la fecondazione assistita.
Ora veniamo alla faccenda D&G. Sono sicurissimo che le assurdità dette dai due stilisti siano state buttate lì con estrema leggerezza, e senza neppure il desiderio di ledere forme di vita alternative a quelle di “io sono Domenico Dolce, figlio legittimo della Sicilia marziale, concepito in luna crescente, tra lenzuola insanguinate dalla fica di una vergine, tra ulivi e rosari, e quindi meritevole di esistere”. Ne sono certo. Probabilmente volevano solo enfatizzare il loro concetto di azienda, ormai scelta solo dai migliori tamarri del paese. Tuttavia mi chiedo: avete cinquant’anni, siete omosessuali, siete stati una coppia, vivete in un paese incivile e retrivo in cui da anni si anima una guerra tra civilizzazione e “beee! Beee, beee!” (verso di capra cattolica). Un paese che vi ha dato tutto, soprattutto soldi, ed è un paese che per ogni passo in avanti ne compie tre indietro. Un paese in cui ci sono più zizze di fuori nella Tv con gli orari in fascia protetta che nella legione di PlayBoy, ma se due maschi si baciano ecco che le città diventano una grande Pleasentville in bianco e nero. Dolce, Gabbana, ma cazzi vostri non ne avete?
Metti che sono il figlio di una coppia etero spinta, a causa dell’infertilità di mio padre, a optare per la fecondazione in vitro. Sfoglio una rivista e Domenico Dolce dichiara che sono un figlio sintetico. Be’, grazie, ne sentivo il bisogno. E pensa davvero di poter esternare un’opinione simile e nascondersi poi dietro la libertà di espressione?
Credo si debba vivere in una società dal grande potere intellettivo, prima di armarsi della parola “opinione”. E questo paese non è certo l’Italia, in cui la gente ancora aspetta il ritorno della salma di Berlusconi per ripristinare l’economia nazionale.
Ciò che mi sconvolge è che stiamo riuscendo nell’inaspettata impresa di peggiorare la storia. Cinquant’anni fa, le fiabe popolane prima e i film della Disney poi raccontavano di bambini coraggiosi venuti su benissimo nonostante orfani, allevati da nonni single, animali parlanti, spiriti della natura, amici dei genitori defunti, oppure senza alcun aiuto. E nessuno si chiedeva come mai Heidi vivesse in condizioni igienico sanitarie inadeguate, assieme a un vecchio stronzo, ciucciando latte dalle capre. Perché? Perché la naturalità della famiglia tradizionale non è mai esistita. Discendiamo dalla guerra e dalla povertà, dalla morte e dalla malattia. Siamo tutti figli della sopravvivenza, in cui i nostri antenati facevano del loro meglio per andare avanti, senza badare a quante madri o a quanti peni si contassero in casa. Non c’erano figure mitizzate, e figuriamoci se possono esistere oggi. Mia nonna, nel 2015, non fa più i carciofini sott’olio e qui si parla seriamente di famiglia tradizionale?
Oggi, il grandissimo interesse del mondo convenzionale è stretto non tanto attorno al benessere dei bambini – altrimenti qualcuno alzerebbe la mano per dire che le scuole sono una fogna, mancano i fondi, le madri non possono permettersi una babysitter, gli asili nido costano troppo – quanto all’impedire agli altri di essere felici e creare famiglie.
Insomma, si torna sempre lì. Famiglia, figli, gender, omosessualità, libertà d’espressione. No. È odio. Camuffato, impenitente, recidivo odio.
Questa fottuta famiglia tradizionale. La famiglia naturale. È solo una scusa. Ora ditemi: cosa c’è di naturale nelle serre in cui coltiviamo d’inverno specie che crescono d’estate, grazie alle quali non moriamo di fame? Cosa c’è di naturale nel curare un tumore o nei punti che cuciamo su una ferita aperta? Cosa c’è di naturale in un prete che rinuncia al sesso? Tutte queste cose, però, vanno benissimo alla comunità. Io, gay, pago le tasse come gli etero senza alternative, ma devo rinunciare all’adozione di un bambino o supplicare perché lo stato mi conceda il diritto di sposarmi. Gli etero, per coerenza della naturalità, dovrebbero rinunciare a curarsi o a mangiare ortaggi fuori stagione?
Ricapitolando. Opinioni. Gli omofobi del 2015 hanno scoperto le opinioni. Come quella che porta al suicidio di un quindicenne gay, al pestaggio di due ragazzi che si tengono per mano in centro, o a promesse di sterminio scritte su un muro per strada.
Perché l’omofobia, il razzismo, la misoginia e ogni forma di discriminazione non possono essere considerati opinione? Perché questo tipo di opinione è fondata sull’odio, e un’opinione fondata sull’odio porta alla guerra.
La storia ce lo insegnava a scuola, quando si giocava ai Polly Pocket, e ce lo insegna ogni giorno.

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