I ragazzi che volano via

I ragazzi che volano via

Avevo 19 anni quando Filippo morì. Lui 18. Appena dichiarati al mondo.
Non lo vedevo da un pezzo, ci eravamo persi di vista. Pioveva a dirotto, e a quei tempi mi piaceva guidare in campagna sotto la pioggia, per schiarirmi i pensieri, per cullare l’ansia di che volessi fare nella vita. Avevo paura di diventare uno di quei disoccupati trentasettenni con la pancia, la testa calva, i maglioni maleodoranti, che vive ancora nella cameretta. Con una madre che si vergogna di lui e non sa come mandarlo via. I miei amici erano già iscritti all’università o lavoravano, mentre io tremavo nell’affrontare il passo della crescita.
Ricevetti la telefonata mentre il cielo si puliva, e oltre i campi di cavoli, all’orizzonte, il tramonto sparava i suoi raggi alle nuvole, creava altri mondi nelle pozzanghere, rendeva rosa il panorama. Avrei preferito la veemenza dei fulmini e del vento per sapere che il primo ragazzo che mi aveva abbracciato la pelle nuda era volato via. Schiantato contro un camion. Fu colpa della strada bagnata, dei freni, del vetro sporco, di quell’altro alla guida.
Mi descrissero molto bene il corpo estratto dalle lamiere accartocciate. Un pezzo di metallo gli aveva perforato il collo e l’immagine mi accompagnò per molte notti. Mi domandavo se avesse sofferto, anche solo per un istante. Oppure mi chiedevo come fosse la consapevolezza della fine, quell’attimo prima di impattare, in cui perdi il controllo dell’auto e la ragione ti avverte che ehi, è il momento di salutare i tuoi cari, stiamo per chiuderla qui, per chiudere gli occhi, per chiudere in anticipo i bei progetti.
Nei giorni successivi mi sentii strano, sverginato da un malessere ignoto. I dolori che un uomo può saggiare sono molti, ma hanno sempre un movente. Un dolore fisico dovuto a un infortunio. Un dolore color cenere dovuto al lutto di un familiare. Un dolore mentale causato da un amore che si spezza. Io invece ero in un piccolo limbo, e me ne sentivo quasi in colpa. Non ero più amico di Filippo. Non udivo la sua voce da troppo, cercavo di rammentarla per ravvivare i ricordi, ma in ogni tentativo stonava. Non gli volevo più bene, lo ammetto, non era più coinvolto nelle mie routine. Insomma, non avevo il diritto di soffrire. Mi sembrava di fare un torto ai familiari e agli amici di scuola che tutti i giorni lo toccavano, gli parlavano, entravano in collisione con la sua grinta.
Sì, lo so, quando muore un giovane, la prima cosa che si mugola è che era solare, allegro, che amava la vita. Ma in questo caso era vero per davvero, e la cosa mi pizzicava come un pugnale poggiato sul petto, all’altezza del cuore. Perché una parte di me odiava Filippo per questo. Era bello, amato, di poca cultura ma buono quanto un dolce appena cotto, gentile col prossimo. Era quello che avrei voluto essere io, se non fossi stato così occupato a perdermi dietro l’invidia e il rancore. A me risultava così complicato avere a che fare con le persone per fare bella figura, impedire che mi vedessero per quello che ero. Spaurito, grassoccio, ostile e arrabbiato. A Filippo, invece, bastava sorridere come una casa chiusa che si apre al profumo del vento in primavera, e la gente si sentiva baciata dal sole. Lui era un piccolo sole, e io un cielo di nuvole nere.
Eravamo cresciuti insieme, ai margini della strada che le nostre madri ci proibivano si attraversare. Perciò giocavamo a nascondino dove capitava. Negli edifici in costruzione, da cui raccattavamo ciottoli di gesso per fare le campane. Nei cortili lasciati aperti dei vicini, in cui rompevamo spesso vasi di terracotta che non ripagavamo. E piano piano da soli, tralasciando gli amici. Io e lui.
Filippo era l’opposto di me. Era sciocco, io avevo già compiuto un passo avanti alla nostra età di leggerezza. Giocava a pallone, guardava i film con le attrici tettone, sapeva picchiare, voleva cominciare a fumare. Io ero timido, detestavo lo sport, piangevo se mi sbucciavo un ginocchio, delle femmine non mi attraeva già nulla fin dalle elementari. Lo invidiavo molto.  Filippo era un me stesso migliore. Era il figlio che mio padre avrebbe desiderato. Sarebbe stato il suo grande campione, l’avrebbe portato a tutte le partite, avrebbero costruito insieme un motorino. Io non potevo costruire niente con mio padre, se non una muraglia tra me e lui.
Filippo viveva in fondo alla strada. I suoi avevano un negozio di giocattoli e a lui spettava il compito di aprire dopo pranzo. A quei tempi ancora si usava, responsabilizzare i figli in questa maniera. Giovani nel corpo, ma subito al lavoro. Così andavo a trovarlo, a quell’ora non c’era mai nessuno. Ci sistemavamo nel deposito e lì chiacchieravamo di sesso. O almeno di quel poco che ne sapevamo. Lui ne era affascinato, ossessionato, non aspettava altro che partire all’avventura nella terra delle seghe, bruciare le tappe. Aveva da poco baciato due compagne, e una di queste gli aveva permesso di toccarla dappertutto. Filippo rubava i giornaletti porno al fratello e me li mostrava per istruirmi. Per fare la mia parte e non risultare rammollito, sondai l’allora Telepiù, aspettai che mamma andasse a dormire, rimasi sveglio fino a mezzanotte e scoprii che da quell’ora partiva un programma pornografico. Glielo dissi e fu entusiasmante, a casa sua non avevano soldi per il satellitare. Trascorremmo molti pomeriggi nel mio salotto, aspettando che mamma e papà se ne andassero al lavoro. Nel sudore dell’estate, trasformammo il divano in una specie di telo da mare, e prendemmo il sesso dello schermo al posto del sole. Dopo due ore, si abbandonava il salotto in silenzio, esausti, rilassati. Un po’ più adulti.
Adulti. Adulti è una parola che rimbalza col sentore di minaccia. Gli adulti pensano di scegliere tutto, di avere il controllo. Agli adulti non piace parlare di giovani che fanno cose sconce. Si tappano le orecchie e le rimandano a quando i figli avranno l’età per la patente, per votare, per commettere sbagli per cui dire “si poteva evitare”. È sconveniente pensare a un quindicenne con un’intimità. A una ragazzina a cui sta crescendo il seno. Ai desideri che ogni generazione ha comunque partorito, spudorati e liberi. Filippo lo sapeva. Su questo era più saggio di me. Diceva che quello era il nostro segreto, il nostro viaggio senza biglietto, l’unica stanza che potevamo chiudere a chiave senza che gli adulti invocassero il diritto di entrarci.
Esplorammo i reciproci corpi, e ci avvalemmo di tutto il tempo che un giovane ha in tasca, che è il doppio di quello concesso a chi lavora, ha moglie e dei bambini da sfamare. Lui aveva compiuto lo sviluppo con l’acceleratore. Era corvino nel pelo, prestante nel corpo, già dotato. Io mi vergognavo di me stesso, per tutte le brutture del mio corpo. Filippo era consapevole che lo adoravo e la cosa gli piaceva.
In effetti, ci toccammo spesso. Ma quel preciso giorno fu diverso. O meglio, fu lui a essere diverso. Eravamo al cinema, c’era Billy Elliot. A metà film andammo nei bagni. Facevamo i cretini, in situazioni simili, ci divertiva sfidare la sorte. Ci chiudemmo dietro una porta e Filippo si abbassò i pantaloni. Lo feci anche io, ma lui non rideva più. Invece di essere impulsivo come al solito, dosò i movimenti con garbo, quasi con perizia. Mi sfiorò il petto e le sue dita erano sudate. Poi, senza dire niente, poggiò la testa sul mio collo e aderimmo perfettamente. Il mio cuore batté per la paura infantile di ciò che ancora non conoscevo. Fissai la porta chiusa e non seppi cosa fare. Così Filippo mi abbracciò ed entrambi cambiammo. Non so bene in cosa. L’immagine che mi viene in mente è quella del vederci meglio durante la visita oculistica. Ogni particolare divenne nitido. Il suo tocco fu dolcissimo, avrei voluto tenerlo al petto per giorni, mettere in pausa l’adolescenza e dire ehi, non c’è bisogno di altro. E invece ci staccammo. Uscimmo di lì e non fummo più capaci di avvicinarci ancora.
Ci congedammo. Ci lasciammo la mano, senza dircelo, fu indolore. Entrambi girammo le spalle nello stesso momento. I frutti maturi che cadono dall’albero, tale e quale. Lui cambiò scuola. Io iniziai a comprare scarpe di marca. Lui si trovò una fidanzata, io un altro Filippo da venerare. Non ci dimenticammo della nostra storia, ma la sistemammo in uno dei tanti scatoloni del passato, da riaprire nel futuro. Quando l’età avanza e la solitudine fa diventare i ricordi una gita adorabile.
A un certo punto, avevo sedici anni, Filippo quasi svanì. C’era un altro ragazzo su di me, con le braccia attorno al mio torace. Fu come quando un pensiero si zittisce completamente, sedimenta, e allora esplode in una scintilla finale, per dirti stronzo, mi hai confinato nel nulla, mi hai tradito. È così che tornò nella mia vita all’improvviso, con la morte di sua madre.
Ne parlarono tutti. Ne parlarono i miei genitori. Mamma si toccò subito i seni per controllare se avesse pure lei dei noduli, e credo lo fecero tutte le donne. La tragedia invase le nostre case sfondandole. Ma presi la cosa per uno di quei fatti che in fondo non ti tocca, ti sfiora solo. Sai che dovrebbe dispiacerti, è tremendo, ma non è il tuo genitore. Non puoi provare angoscia reale, se non è così. E per quanto il paese fosse scosso, e sua madre fosse sulla bocca di tutti, non vidi Filippo da nessuna parte. Non lo cercai, ovviamente, altrimenti sarebbe stato facile. Eppure, nonostante le nostre esistenze avessero un solo chilometro di distanza, non s’incrociavano più. Non lo scorgevo sui marciapiedi, non incappavo in lui dal salumiere, c’era una forza invisibile che ci separava.
Di lui sentivo chiacchiere, in quei mesi. Il suo nome mi arrivava all’orecchio di continuo. Che era così coraggioso. Che era così forte. Che stava accanto al padre. Che aiutava la famiglia a non cadere nello sconforto. Che cucinava. Che lavorava. Che portava fuori il cane. Che era positivo e sempre sorridente. I suoi sorrisi erano un’impalcatura su cui la gente poteva contare. Che insomma tutto, Filippo era il meglio del mondo. Migliore di me ancora, malgrado non lo vedessi neanche. Io? Chissà come avrei reagito, se mia madre fosse morta. No, anzi, niente chissà. Non ce l’avrei fatta. Non avrei sorriso mai più.
Il tempo passò e tutti riprendemmo il ritmo della casualità. Alla vita, però, non piacciono le persone forti. Comincia a prenderla sul personale, quando una persona forte fa di tutto per vincere, per resistere alle sue insidie. La vita diventa una iena, quando le sorridi dopo che ti ha fatto del male. Non pretende molto, solo vederti remissivo, piegato nel momento in cui ti ha tolto troppo. Arreso. Se rinunci, la vita distoglie lo sguardo e sceglie un’altra vittima con cui giocare. Ma se fai lo spaccone, se fai quello che le tiene testa, la vita smette di attenersi alle regole e diventa spietata. Ti rende piccolo piccolo di fronte alla sua furia, e a quel punto non ti resta che pregare Dio perché rimetta tutto a posto.
Io la vita l’avevo sempre temuta. Sono un vigliacco da sempre. Filippo no. Con la vita ci gareggiava. E dopo un altro anno la partita finì davvero.
Il giorno del suo funerale ci pensai bene, se andare oppure no. Alla fine decisi di guardarlo da lontano, in disparte, affinché il mio dolore differente restasse solo mio. Non mi disperavo, non calciavo, non cedevo sulle ginocchia. Ero semplicemente triste, un po’ vuoto, stordito. Il clima e il cielo si erano organizzati affinché tutto fosse penoso. Le nuvole erano bianche e compatte, e un’aria da purgatorio silenzioso ricopriva l’intero paese. Un’aria densa, gelida e sonnacchiosa, che mi fece desiderare di essere sotto il piumone, anziché per strada.
Il funerale si tenne nel paese vicino. La poca gente era stretta sotto il balcone per l’ultimo saluto, mentre la bara sgusciava fuori dal portone, e Filippo diceva addio a chi graffiava l’auto nera per impedirgli di andare via. La sua fidanzata era abbracciata dagli amici, in lacrime come chiunque altro. Io osservavo appeso a un recinto di ferro arrugginito, tra gli alberi, nessuno poteva vedermi. Non che ci fosse stato qualcosa di male. Ma non mi andava.
Una musica luttuosa si adeguò alla marcia della gente e all’avanzare dell’auto, e l’urlo accorato del padre sovrastò qualsiasi suono e si perse nel cielo di gennaio. Per me fu abbastanza. Mi chiusi nel cappotto e mi cullai nei brividi di freddo e di vuoto.
Camminai lungo il viottolo d’erbaccia bagnata verso la mia auto. Pensai a che senso avesse dimostrarsi così forti, se poi gli effetti li subisce chi rimane. Ma Filippo mi aveva cambiato, dopotutto. Mi aveva aiutato. Era stato il primo a far chiarezza nelle mie confusioni, passando le sue mani su di me come si fa su uno specchio appannato dall’umido. Dopo il suo tocco, ero riuscito a guardare il mio riflesso. Non ero più smarrito, non ero più accecato. Con un umile gesto di erotismo, avevamo scoperto le conseguenze di un timido amore. No, non era amore per noi due. Era amore per la vita. Che ci maltrattava sempre, e avrebbe continuato a farlo. Ma non potevamo che farlo, amare quello che ci dava.
Restai in macchina ma non misi in moto. Fissai l’orizzonte e lì, in un punto scelto da chissà chi, il sole venne fuori. Così gennaio divenne il mese per ricominciare. Il mese per sussurrare buona notte a chi è lassù.

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